di Patrizia Bonelli- patbonelli(at)gmail.com

di Patrizia Bonelli- patbonelli(at)gmail.com
"Il Mediterraneo è mille cose nello stesso tempo. Non un paesaggio, ma molti paesaggi. Non un mare, ma molti mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà una dopo l'altra".

"The Mediterranean is thousand things together. Not a landscape but many landscapes. Not one sea but many seas. Not a civilization, but a series of civilizations one after the other" Fernand Braudel

domenica 12 ottobre 2025

Suor Maria Angela Crocifissa

Suor Maria Angela Crocifissa, dopo essere vissuta  in francescana povertà e aver sofferto negli ultimi anni dolorose sofferenze fisiche, offerte in sacrificio a Dio,   è morta il 9 aprile 1932.

Dal 1935 è sepolta a Napoli nella basilica francescana di San Pietro ad Aram per decisione del cardinale Ascalesi. La sua traslazione avvenne con una grande partecipazione popolare.

E in corso la causa di Beatificazione.

Serva di Dio Maria Angela Crocifissa (Maria Giuda) Francescana
Figlia di Francesco Giuda, commerciante di origine spagnola e di Annamaria Monaco, Maria nacque il 23 settembre 1846 nel popolare e popoloso quartiere ‘Mercato’ a Napoli.
Da ragazza graziosa com’era, le fu proposto ben presto il matrimonio, che rifiutò decisamente, perché sentiva la chiamata di Dio alla vita consacrata. La famiglia fu ostile a tale progetto e la ostacolò in tutti i modi mandandola anche a servizio in una famiglia. Solo con il tempo accondiscese, quando la Curia arcivescovile di Napoli, le diede il permesso di vestire l’abito religioso pur vivendo fuori dal monastero.
Si andava così ad aggiungere a quella schiera di donne consacrate chiamate “monache di casa”, così diffuse in quell’epoca nel Meridione d’Italia, e che vedrà specie a Napoli, molte di queste, salire agli onori degli altari.
Il 28 aprile 1871 suor Maria Angela prese il velo assumendo il nome di Maria Angela Crocifissa nel Terz’Ordine Francescano Secolare nel convento della Palma in Napoli. Da quel giorno la sua casa divenne centro di preghiera e vi accorrevano persone dei più diversi ceti sociali, anche sacerdoti per colloqui e consigli spirituali.
Lasciata la casa paterna, andò a vivere da sola, accogliendo presso di sé un piccolo gruppo di orfanelli e trasformò il suo Oratorio privato dedicato al S. Cuore in un luogo di grande riunione e afflusso di fedeli; le fu riconosciuto il dono delle bilocazioni, delle visioni, delle profezie e il dono di sapere leggere nei cuori.
Fu catechista in parrocchia, soccorritrice delle donne povere, ammalate e abbandonate negli ospedali e - per 22 anni - ministra della Fraternità dell’Ordine Francescano Secolare di S. Pietro ad Aram.
Ed è in questa basilica francescana che Suor Mariangela Crocifissa riposa, dopo la morte avvenuta il 9 aprile 1932, dopo aver sofferto negli ultimi anni dolorose sofferenze fisiche, offerte in sacrificio a Dio e in francescana povertà.
E in corso la causa di Beatificazione.


 La basilica di San Pietro ad Aram è una chiesa di Napoli





L'edificio religioso è molto noto perché, secondo la tradizione, è stato costruito dove si trovava l'Ara Petri, ovvero l'altare su cui pregò san Pietro durante la sua venuta a Napoli.
 La basilica è nel centro storico della città, vicino la stazione Centrale,  a pochi passi da piazza Garibaldi. Fino all'Ottocento, era affiancata da un chiostro monumentale.


 


 Per la sua particolare antichità papa Clemente VII   concesse alla basilica di S. Pietro ad Aram  il privilegio di poter celebrare il giubileo un anno dopo quello di Roma, in modo da evitare un eccessivo affollamento nella capitale pontificia, ma anche per evitare al popolo napoletano l'allora faticoso viaggio. I post-giubilei furono celebrati nel 1526, nel 1551 e infine nel 1576. Papa Clemente VIII abolì questo privilegio alla città nel XVII secolo.





Secondo la leggenda la chiesa è sorta sul luogo dove san Pietro aveva battezzato santa Candida e sant'Aspreno, i primi napoletani convertiti, come narra anche l'affresco nel vestibolo (recentemente attribuito a Girolamo da Salerno).

La chiesa è stata ricostruita nel 1904



 L' antico  affresco  sopra l'altare costruito quando  san Pietro sbarcò a Napoli per proseguire verso Roma.  


Testimonianza di Maria Rosaria  
Lucandri.

Maria Rosaria Lucandri era figlia di Attilio, primogenito di Aldo e Margherita Lucandri.  Margherita era stata allevata da Sr Mariangela Crocefissa, sorella di suo padre, con cui era rimasta fino all’età di 17 anni, quando si era sposata con Aldo Lucandri.
 Sappiamo che zia e nipote erano molto legate,  ma nei primi anni di matrimonio  non si frequentarono quanto l’affetto che legava zia e nipote avrebbe richiesto perché  Aldo, ferroviere,  non voleva che la moglie uscisse di casa.

Maria Rosaria sentiva suo padre Attilio parlare di Sr.  Mariangela e di quanta devozione riscontrava fra la popolazione napoletana,  ma meno sua nonna che,  quando  raramente la vedeva, si dedicava a insegnarle a preparare le fettuccine o a cuocere i carciofi alla napoletana.
Maria Rosaria  e  tutta la famiglia di Attilio abitavano a Roma e con la nonna Margherita a Napoli  non si vedevano spesso perché Margherita non aveva mai approvato il matrimonio di suo figlio Attilio con Nina, forse perché era un po’  più grande di lui,  più probabilmente perché gelosa dei figli.
 
Sappiamo che la zia Sr. Mariangela, al tempo in cui Attilio era fidanzato con Nina, rimproverava la nipote Margherita che non riusciva ad accettarla e le diceva che, comunque lei la pensasse, i due fidanzati si sarebbero sposati. Fu quello che avvenne ed ebbero tre figlie, Margherita, Nina e Maria Rosaria. Nina morì prima di tutti, poi i genitori, e infine Margherita. 

 Maria Rosaria  ha solo i ricordi sfumati di suo padre della zia Sr. Mariangela e conserva gelosamente la biografia scritta da Giuseppe Scialdone. Sicuramente però ha chiara la storia della famiglia, in particolare dei fratelli di suo padre, Mario e Renato. Il primo  rimase con la mamma Margherita fino alla fine e le sopravvisse di poco. Non si era sposato probabilmente per non dispiacere a sua mamma. La sua eterna fidanzata abitava anche lei a Vico Pazzariello n°3, e, per scherzo o amore della fortuna, fu lei a badare a Margherita nella sua estrema decrepitezza fino alla fine dei suoi giorni. L’altro, il più piccolo, Renato abitava e lavorava ad Avellino ed ebbe tre figli dei quali Aldo e Margherita  viventi, mentre  il più piccolo, disabile,  è morto nonostante le cure del fratello Aldo che se ne è preso cura e adesso lo piange come fosse stato un figlio.

Da Aldo e Margherita sappiamo che il padre Renato, nato nel 20, aveva conosciuto da piccolo Sr. Mariangela quando sua mamma Margherita lo portava con sé.  Margherita, ormai madre di famiglia, andava spesso ad aiutare sua zia Sr. Mariangela nelle faccende domestiche, tra Suor Mariangela e lei c’era un intenso rapporto di affetto, come tra madre e figlia, perché la cara suora l’aveva avuta con sé, cresciuta e accudita sin da piccola fino all’età di 17 anni.

Sr. Mariangela teneva a bada Renato che era un bambino vivace che gli diceva “Buono piccerè non toccà niente” perché temeva per il suo altarino,  i suoi oggetti sacri ed era oramai anziana, lontana dai tempi in cui si portava a casa i ragazzini sporchi e affamati del porto.

 Maria Rosaria Lucandri ci ha lasciati il 18 febbraio 2026.
Riposi in pace. Condoglianze al marito e ai figli.
 Via Angelo Emo 131, Roma

 

Sr. Mariangela Crocifisso riunisce attorno a sé e alla sua memoria i discendenti della famiglia.
Testimonianza - racconto di Patrizia Bonelli

La  figlia del fratello di Sr. Mariangela, Margherita, aveva sposato Aldo Lucandri, fratello di mio nonno Ettore. Ritrovare alla Messa in suffragio di Sr. Mariangela  cugini lontani come Aldo e Margherita, lontanissimi come Maria Rosaria Minopoli è stata una grande emozione.
Sr. Mariangela ha, dopo quasi  un secolo, chiamato attorno al suo ricordo la sua famiglia, pur come suora senza discendenza diretta.

Margherita era cresciuta in casa di Sr. Mariangela, la sua famiglia numerosa l’aveva affidata alla suora perchè unica femmina fra molti maschi. Margherita era rimasta con lei fino a 17 anni  quando era andata sposa ad Aldo Lucandri ed erano andati ad abitare a vico Pazzariello dove l’avevo conosciuta. Avevano avuto tre figli, Attlilio, Mario e Renato.

 Quando con mamma e papà passavamo da Napoli non mancavamo mai di andare a trovare zio Aldo e zia Margherita. Da bambina ero stata attratta dal pozzo che era in corridoio, pur essendo l’appartamento al 3° piano.
Da adulta avrei fatto uno studio sugli antichi acquedotti napoletani, tra cui il Bolla,  pubblicato su Water Immaterial Museum, Hydriaproject. info.

Nonno Ettore Lucandri con la famiglia

 L’appartamento era molto particolare, intrigante direi, a forma di ferro di cavallo. Un susseguirsi di quattro locali, uno dentro l’altro a cominciare dalla cucina, il primo, unito all’ l’ultimo da un corridoietto dove si trovava la ghiera del pozzo. Il pozzo ovviamente non funzionava, dal 1875  quando l’ingegnere Melisurgo aveva imposto la chiusura dell’acquedotto Bolla perché  Napoli era infestata da colera endemico.

Quando mi iscrissi all’Istituto Orientale di Napoli, la cui sede principale è palazzo Giusso, proprio accanto a vicolo Pazzariello,  fu d’obbligo andare a trovare zia Margherita e zio Aldo. La zia insisteva che io andassi da lei ogni sera per cena e me la preparava con cura , sempre più o meno la stessa, pasta al sugo e un po’ di carne e forse insalata. Mi confortava quando dovevo sostenere un esame raccomandandomi ai santi cui era devota. Io mi sentivo rassicurata dalle sue attenzioni. Accadde in quei mesi, tra l’inverno e la primavera del 1966 che zio Aldo si aggravò e morì. Le esequie si tennero nella cappella monumentale di San Giovanni dei Pappacoda.  Molto devota, come ero allora, seguii la Messa che era ancora in latino.

Ricordo zio Aldo durante i suoi ultimi giorni, in confusione, che chiamava sua mamma, era molto avanti con gli anni.  Zia Margherita e suo figlio Mario  lo sostenevano e lo curavano in  tutti i modi. Poi una mattina andai a trovarlo ed era disteso sul letto, vestito di tutto punto e con un fazzoletto intorno alla viso che gli teneva chiusa la bocca. Non era più di questo mondo.

                             
                         L'Istituto  Orientale di Napoli

Andai a trovare zia Margherita ancora per un po’ di tempo, non saprei dire quanto. Io avevo impegni di studio e incominciavo a sperimentare rapporti sociali più intensi e ravvicinati.  Zia Margherita, molto anziana,  era sempre meno autonoma e badata da una signora del piano di sopra amica di zio Mario, il secondo dei suoi figli che aveva sempre vissuto con i genitori. In seguito se ne andò anche lei ma io non lo seppi e non andai alle esequie.

Non conservo ricordi chiari dei racconti di zia Margherita su Sr. Mariangela e mi dispiace molto. Ho saputo in seguito e ricostruito quanto segue. Sr. Mariangela aveva tenuto con sé, insieme ad altre bambine, Margherita fino a che questa, compiuti 17 anni si sposò. Zio Aldo  Lucandri era ferroviere come suo fratello Ettore, mio nonno, funzionario al ministero dei trasporti a Roma. Aldo invece faceva parte del personale viaggiante e, terribilmente geloso, come d’altra parte anche suo fratello Ettore, quando partiva chiudeva chiave sua moglie con i figli.

 I fratelli di Margherita che la volevano vedere ogni tanto si arrabbiavano moltissimo con il cognato e sembra che più di una volta, per poter stare un poco con la sorella e i nipoti, abbiano forzato la serratura della porta di casa.

Poi non so bene cosa accadde e se qualcosa cambiò con il crescere del numero dei figli. Attilio, il più grande, da piccolo, sicuramente reagiva per essere chiuso dentro, rimanendo per ore seduto sul balcone con le gambette penzoloni fuori dalla ringhiera. Zio Attilio doveva diventare il cugino più assiduo di mia mamma anche perché, maresciallo di finanza, viveva a Roma. Ricordo  che ci veniva a trovare a via Cagliari  e ci portava in dono un caschetto di banane che comprava all’angolo con via Alessandria in un negozio di frutta esotica come lo erano le banane che negli anni ’50 non si trovavano facilmente al mercato.

E’ difficile per il nostro immaginario capire le modalità autoritarie dell’inizio del ‘900. Zia Margherita  era stata allevata da Sr. Mariangela con amore, preghiera e rigore, come le altre ragazze che abitavano con lei e come i bambini del mercato che la cara suora raccoglieva nella sua casa di giorno  per insegnare loro  il catechismo. Probabilmente si trattava di ragazzini  sporchi e affamati, quindi bisognava lavarli, vestirli e farli mangiare. Poi gli si doveva insegnare a parlare, leggere e scrivere in italiano perché fossero in grado di capire e imparare il catechismo. E’ molto probabile, anche se non specificato nella biografia di Sr. Mariangela di Giuseppe Scialdone,  che le ragazze, particolarmente le più grandi,  aiutassero in tutte queste faccende domestiche, a prendersi cura dei bambini più piccoli, e non era concepibile che si distraessero durante le preghiere. La vita accanto a Sr. Mariangela, era angelica e, proprio per questo, severa, di preghiera e di lavoro. Quel poco che c’era in casa, grazie soprattutto alla carità, non era sicuramente ricco e abbondante. Penso che sua nipote, mia zia Margherita  fu lieta di sposarsi ma molte altre ragazze  rimanevano con Sr. Mariangela.

 Accanto al lavoro che svolgeva all’ospedale degli Incurabili, Sr. Mariangela svolgeva compiti che potremmo definire di maestra di strada. Tutto a sua esclusiva responsabilità e grazie alle offerte e alla carità che riceveva. Proprio perché circondata da ragazze e ragazzi, aveva avuto difficoltà a trovare una famiglia felice di ospitarla e in fine aveva optato per una casa propria, seppure modesta.

                         
                                Napoli, l'Ospedale degli Incurabili

Lungi dall’ iconografica immagine di suora di casa, impegnata nella cura della famiglia ospitante, Sr. Mariangela aveva le sue attività caritatevoli che portava avanti con determinazione insieme alla preghiera che tanto l’ha contraddistinta  e che le ha concesso numerose grazie  e prodigi.

Nei consigli poi che Sr. Mariangela dava alla nipote Margherita si ravvisa un carattere determinato e autorevole. D’altra parte non si può immaginare diversamente visto che è stata a capo delle terziarie Francescane della Campania per più di 20 anni. Perciò, sempre severa sebbene affettuosa con Margherita che sicuramente era nipote  assai cara, le diceva che era inutile  che si opponesse al fidanzamento del figlio Attilio  e Nina, perché si sarebbero comunque sposati non appena l’arma cui Attilio si era arruolato, la finanza, lo avesse concesso. A Margherita difficilmente, se non mai, piacevano  le ragazze frequentate dai propri figli, era probabilmente  gelosa perché anche Mario aveva trovato una forte opposizione quando si sarebbe voluto sposare e infine era rimasto con i genitori.

Durante i miei anni di università morirono zia Margherita e anche zio Mario. Io divenni sempre meno osservante e devota e la mia vita pur abbastanza corretta, lontana dalla chiesa. Mi sposai solo civilmente e non feci battezzare mio figlio malgrado mia mamma e mia suocera insistessero perché lo facessi, ma mai tralasciai di pregare e far dire messe ai miei poveri cari defunti.

Dopo decenni di vita familiare affettuosa ed impegnata nel  lavoro e nelle responsabilità ricominciai a pregare per mio figlio, i suoi esami, la repressione cui andava incontro con le occupazioni e la  lotta per la casa delle centinaia  di  senza tetto di Roma. Conduceva una vita avventurosa anche come naturalista, i suoi viaggi e i suoi soggiorni sulle isole per studiare la migrazione degli uccelli rapaci erano sempre problematici, o rimaneva senza soldi in un’epoca in cui non c’erano le carte prepagate, o perdeva la coincidenza tra il traghetto e l’aereo o il treno che lo doveva riportare a Roma. Per me, sua mamma, essere preoccupata era normale e ricominciai a pregare. Poi mia sorella Antonella si ammalò gravemente e la preghiera divenne abitudine quotidiana intensa, quasi continua. Me ne presi cura, trascurando anche mio figlio, quando rimase gravemente invalida.
Pregare calmava l’ansia e il dolore e così andai a confessarmi e, dopo decenni,  decisi di riavvicinarmi alla chiesa. Mi resi conto allora  che non essendo sposata in chiesa non potevo essere perdonata. In un soggiorno a Napoli, su indicazione di mia cugina Maria Rosaria Lucandri andai a visitare la tomba di Sr. Mariangela Crocifisso nella basilica di San Pietro ad Aram vicino al Rettifilo. Ne fui colpita anche perché era proprio nel periodo in cui stavo cercando di riavvicinarmi alla chiesa. Una zia in odore di beatitudine non mi sembrava possibile,  Maria Rosaria mi prestò  la sua biografia di Scialdone  e seppi quanta devozione avevano per lei i napoletani. Dei Carismi che aveva avuto in dono e delle grazie e dei prodigi che aveva fatto, della numerosissima partecipazione  di popolo al corteo di traslazione delle sue spoglie mortali dal cimitero alla basilica di san Pietro ad Aram, di come la sua bocca fosse incontaminate e sulla lingua visibile il segno dell’Ostia Consacrata.




Allora, quando la devozione dei napoletani per lei era ancora viva, perchè vivo era il ricordo dei prodigi e delle grazie che aveva fatto a chi le chiedeva aiuto e la chiamava in soccorso, era chiaro quanto la sua presenza fosse importante e reputata degna di essere venerata.



                         Suore francescane
 Allo stesso modo era stata inequivocabile, quando  era stata traslata, la presenza di tanta popolazione napoletana che aveva seguito il suo feretro e la cerimonia con un corteo di migliaia di persone.
 Poi c’era stata la guerra,  erano passati i decenni in cui Napoli era cambiata, proprio il porto e la piazza del Mercato avevano mutato la loro vocazione di continuità,  l’economia e i  commerci che vi si svolgevano erano divenuti inessenziali come la stessa manifattura dei guanti che la famiglia di Sr. Mariangela esercitava. Infine si sono succedute sono molte generazioni, almeno quattro, e il ricordo di Sr. Mariangela Crocifisso sfumato e, in molti casi, perduto.
Anche se oggi siamo un gruppo abbastanza numeroso di persone legate alla sua famiglia, alla sua devozione e ai gruppoi di preghiera, ma  siamo certamente  molto meno numerosi rispetto ai devoti di quando Sr. Mariangela era in vita e,  subito dopo la sua morte, prima che si affievolisse la memoria dei suoi interventi miracolosi.

                     Napoli- Piazza del Mercato in un quadro dell'800

Dopo che ebbi visitato la tomba di Sr. Mariangela, chiesi al parroco della mia parrocchia, Don Alberto, che  celebrasse secondo il rito cattolico in  chiesa  il matrimonio con mio marito. E lo fece, anche se con molta cautela, il 28 maggio del 2016 nel giorno della festa del Corpus Domini. Una grande gioia per la festa e non solo, mio figlio Michele era molto incuriosito da questo evento e felicissimo per la festa familiare. Il mio tardivo riavvicinamento alla chiesa fu molto intenso e subito fui coinvolta nell’organizzazione della mensa dei poveri che preparava e serviva circa 100 pasti ogni domenica nei locali della parrocchia di Santa Maria Madre della Divina Provvidenza. Mio figlio Michele era interessato ed attratto da questa attività, non era lui pure impegnato in attività benefiche per dare un ricovero a chi non aveva casa? Ma i suoi impegni lo facevano muovere su piani completamente diversi, primo fra tutto quello di ornitologo, naturalista.



Dottore di ricerca in Ecologia, il suo obiettivo più importante era quello di rendere omogenee le procedure di osservazione e conteggio degli uccelli rapaci in migrazione nel Mediterraneo nei diversi punti di attraversamento dall’Africa all’Europa e viceversa, con particolare attenzione allo stretto di Messina. Per più di 20 anni non aveva saltato una sola stagione migratoria sia in primavera che in autunno. Organizzava i campi di osservazione e di conteggio in Aspromonte come dei veri e propri campus di discussione, di studio e  ricerca  e seguivano sempre nuove pubblicazioni sui comportamenti delle diverse specie per sesso ed età, l’influenza delle condizioni atmosferiche, il vento e i cambiamenti climatici. Allo stesso tempo visitava spesso e manteneva i contatti con gli altri luoghi di attraversamento, Tarifa allo stretto di Gibilterra, Batumi in Georgia, Anticitera in Grecia, e anche Eilat in Israele, il Bosforo e i Dardanelli ed altri.

Insomma mio figlio conduceva una vita appassionante di naturalista quando nel 2018 gli si manifestò in modo avanzato un tumore  grave che difficilmente gli avrebbe dato scampo. Allora io, sua madre gli chiesi di farsi battezzare anche perché sarebbe stato mio dovere farlo quando era piccolo. Fu d’accordo, non riuscivo a trovare la diocesi dove avrebbe ricevuto i sacramenti quando, ad una Messa vespertina a Santa Maria In Trastevere, vidi che c’erano i catecumeni che si preparavano a ricevere il battesimo. La Comunità di Sant’Egidio promuove l’ingresso di stranieri attraverso corridoi umanitari, molti di questi migranti poi si convertono, c’era anche qualche Rom e Sinti. Michele iniziò così il percorso per ricevere il battesimo. Siccome la sua malattia progrediva,  Don Francesco, il viceparroco, suo catechista, gli disse che potevano, nel suo caso, abbreviare i tempi ed essere battezzato il giorno del Battesimo di Cristo che cadeva a gennaio 2019. Michele non accettò, volle continuare il suo percorso con gli altri e finalmente ricevette tutti i Sacramenti alla veglia  di Pasqua, il 21 aprile 2019. Michele passava attraverso un calvario di dolore e di cure, sicuramente rafforzato dal suo percorso di fede. Non si lamentò mai e se ne andò dopo aver ricevuto l’Olio Santo il 18 giugno del 2018.
Al suo funerale Don Francesco citò le parole della sorella di Lazzaro “ Se tu fossi stato qui, Signore, non sarebbe successo” Il Signore, per Michele c’è stato e lo ha benedetto ed io, sua Madre, benedico quel giorno che sono passata a trovare la tomba di Sr. Mariangela Crocifisso nella Basilica di san Pietro ad Aram. Senza di lei no avrei trovato la forza per una riconversione mia e di tutta la mia famiglia, in particolare di mio figlio Michele.

Adesso so dove immaginarlo, dove spero di  raggiungerlo un giorno.

Le terziarie francescane, ho scoperto dalla storia dell’amata zia, non avevano preso tutti i voti  in convento perché la loro famiglia non era in grado di pagare all’ordine la dote, così Sr. Mariangela che preferì che la dote fosse data perché sua sorella entrasse  in convento. Inoltre le terziarie francescane  erano descritte nella vulgata popolare come parte della famiglia in cui vivevano,  ma Sr. Mariangela contraddice questo stereotipo. La  fine ‘800 era inoltre un periodo fecondo di donne che sceglievano il chiostro e il velo certamente per poter pregare, ma anche per trovare uno spazio che consentisse  di realizzare la  loro opera, fosse essa pedagogica di studio o di carità. Era difficile infatti per le donne sposate trovare uno spazio proprio fisico e intellettuale, occupate, come erano, dai figli e dagli impegni coniugali e familiari. Penso a Santa Caterina Volpicelli, a Suor Orsola Benincasa, la prima ha fondato un  ordine di insegnanti, la seconda addirittura una  università. Sono legata ad entrambe. Ho frequentato la seconda media all’istituto Caterina Volpicelli di Porta Pia. Una splendida villa Liberty che ospitava a quel tempo tutte le classi della scuola media e del liceo classico. La venerabile Caterina Volpicelli  non era ancora stata proclamata santa. Le suore erano ottime ed affettuose educatrici, portavano il capo scoperto con i capelli legati dietro la nuca e si facevano chiamare signorine. Tuttavia molte professoresse erano laiche ma la preside, forse anche  madre superiora, insegnava al liceo e la ricordo ancora mentre leggeva l’ottimo componimento di una studentessa del liceo. Ero preadolescente e il cambiamento favoriva una maggiore attenzione sociale verso i comportamenti delle mie coetanee e anche delle ragazze più grandi. Imparai a comportarmi da signorina, a vestirmi semplicemente ma con gusto, a reprimere gli eccessi. Durante gli esercizi spirituali nella cappella, quando sarebbe stato necessario un atteggiamento serio e penitente, scoppiammo a ridere con Isabella, che imitavo in modo gregario, forse prevalse il nostro carattere allegro. Fummo richiamate e capimmo  quanto fosse importante dimostrare un maggior autocontrollo.


    Un chiostro del convento di suor Orsola Benincasa

Di Suor Orsola Benincasa, anzi dell’università che porta il suo nome, ho ben altro ricordo. Durante gli anni della contestazione studentesca (1968/70) andammo dall’ Istituto di lingue Orientali, che frequentavo, alla sede dell’università di Suor Orsola Benincasa a Corso Vittorio Emanuele, dove erano ammesse solo studentesse, per forzare l’ingresso dei  ragazzi a quel tempo vietato. Riuscì ad entrare qualche “maschio” ma non fu niente di particolarmente rivoluzionario, e, soprattutto, niente di eroico. Molto più tardi, quando ormai l’università di suor Orsola Benincasa era aperta a tutti e tutte, avrei capito come la promiscuità non sempre è favorisce le donne.

Certo le suore qui descritte disponevano di ben altri mezzi rispetto a Sr. Mariangela Crocifisso, che non ha però subito il limite della mancanza di mezzi per portare avanti la sua opera e si è presa cura  dei bambini del rione mercato, ha insegnato loro il catechismo e a parlare, leggere e scrivere in Italiano.

Consapevoli delle grazie e dei prodigi compiuti nel corso della sua vita, desidero sottolineare l’importanza  di questa cura per i bambini svantaggiati fra le sue opere di misericordia.