di Patrizia Bonelli- patbonelli(at)gmail.com

di Patrizia Bonelli- patbonelli(at)gmail.com
"Il Mediterraneo è mille cose nello stesso tempo. Non un paesaggio, ma molti paesaggi. Non un mare, ma molti mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà una dopo l'altra".

"The Mediterranean is thousand things together. Not a landscape but many landscapes. Not one sea but many seas. Not a civilization, but a series of civilizations one after the other" Fernand Braudel

domenica 12 ottobre 2025

Suor Maria Angela Crocifissa

Suor Maria Angela Crocifissa, dopo essere vissuta  in francescana povertà e aver sofferto negli ultimi anni dolorose sofferenze fisiche, offerte in sacrificio a Dio,   è morta il 9 aprile 1932.

Dal 1935 è sepolta a Napoli nella basilica francescana di San Pietro ad Aram per decisione del cardinale Ascalesi. La sua traslazione avvenne con una grande partecipazione popolare.

E in corso la causa di Beatificazione.

Serva di Dio Maria Angela Crocifissa (Maria Giuda) Francescana
Figlia di Francesco Giuda, commerciante di origine spagnola e di Annamaria Monaco, Maria nacque il 23 settembre 1846 nel popolare e popoloso quartiere ‘Mercato’ a Napoli.
Da ragazza graziosa com’era, le fu proposto ben presto il matrimonio, che rifiutò decisamente, perché sentiva la chiamata di Dio alla vita consacrata. La famiglia fu ostile a tale progetto e la ostacolò in tutti i modi mandandola anche a servizio in una famiglia. Solo con il tempo accondiscese, quando la Curia arcivescovile di Napoli, le diede il permesso di vestire l’abito religioso pur vivendo fuori dal monastero.
Si andava così ad aggiungere a quella schiera di donne consacrate chiamate “monache di casa”, così diffuse in quell’epoca nel Meridione d’Italia, e che vedrà specie a Napoli, molte di queste, salire agli onori degli altari.
Il 28 aprile 1871 suor Maria Angela prese il velo assumendo il nome di Maria Angela Crocifissa nel Terz’Ordine Francescano Secolare nel convento della Palma in Napoli. Da quel giorno la sua casa divenne centro di preghiera e vi accorrevano persone dei più diversi ceti sociali, anche sacerdoti per colloqui e consigli spirituali.
Lasciata la casa paterna, andò a vivere da sola, accogliendo presso di sé un piccolo gruppo di orfanelli e trasformò il suo Oratorio privato dedicato al S. Cuore in un luogo di grande riunione e afflusso di fedeli; le fu riconosciuto il dono delle bilocazioni, delle visioni, delle profezie e il dono di sapere leggere nei cuori.
Fu catechista in parrocchia, soccorritrice delle donne povere, ammalate e abbandonate negli ospedali e - per 22 anni - ministra della Fraternità dell’Ordine Francescano Secolare di S. Pietro ad Aram.
Ed è in questa basilica francescana che Suor Mariangela Crocifissa riposa, dopo la morte avvenuta il 9 aprile 1932, dopo aver sofferto negli ultimi anni dolorose sofferenze fisiche, offerte in sacrificio a Dio e in francescana povertà.
E in corso la causa di Beatificazione.


 La basilica di San Pietro ad Aram è una chiesa di Napoli





L'edificio religioso è molto noto perché, secondo la tradizione, è stato costruito dove si trovava l'Ara Petri, ovvero l'altare su cui pregò san Pietro durante la sua venuta a Napoli.
 La basilica è nel centro storico della città, vicino la stazione Centrale,  a pochi passi da piazza Garibaldi. Fino all'Ottocento, era affiancata da un chiostro monumentale.


 


 Per la sua particolare antichità papa Clemente VII   concesse alla basilica di S. Pietro ad Aram  il privilegio di poter celebrare il giubileo un anno dopo quello di Roma, in modo da evitare un eccessivo affollamento nella capitale pontificia, ma anche per evitare al popolo napoletano l'allora faticoso viaggio. I post-giubilei furono celebrati nel 1526, nel 1551 e infine nel 1576. Papa Clemente VIII abolì questo privilegio alla città nel XVII secolo.





Secondo la leggenda la chiesa è sorta sul luogo dove san Pietro aveva battezzato santa Candida e sant'Aspreno, i primi napoletani convertiti, come narra anche l'affresco nel vestibolo (recentemente attribuito a Girolamo da Salerno).

La chiesa è stata ricostruita nel 1904



 L' antico  affresco  sopra l'altare costruito quando  san Pietro sbarcò a Napoli per proseguire verso Roma.  


Testimonianza di Maria Rosaria  
Lucandri.

Maria Rosaria Lucandri era figlia di Attilio, primogenito di Aldo e Margherita Lucandri.  Margherita era stata allevata da Sr Mariangela Crocefissa, sorella di suo padre, con cui era rimasta fino all’età di 17 anni, quando si era sposata con Aldo Lucandri.
 Sappiamo che zia e nipote erano molto legate,  ma nei primi anni di matrimonio  non si frequentarono quanto l’affetto che legava zia e nipote avrebbe richiesto perché  Aldo, ferroviere,  non voleva che la moglie uscisse di casa.

Maria Rosaria sentiva suo padre Attilio parlare di Sr.  Mariangela e di quanta devozione riscontrava fra la popolazione napoletana,  ma meno sua nonna che,  quando  raramente la vedeva, si dedicava a insegnarle a preparare le fettuccine o a cuocere i carciofi alla napoletana.
Maria Rosaria  e  tutta la famiglia di Attilio abitavano a Roma e con la nonna Margherita a Napoli  non si vedevano spesso perché Margherita non aveva mai approvato il matrimonio di suo figlio Attilio con Nina, forse perché era un po’  più grande di lui,  più probabilmente perché gelosa dei figli.
 
Sappiamo che la zia Sr. Mariangela, al tempo in cui Attilio era fidanzato con Nina, rimproverava la nipote Margherita che non riusciva ad accettarla e le diceva che, comunque lei la pensasse, i due fidanzati si sarebbero sposati. Fu quello che avvenne ed ebbero tre figlie, Margherita, Nina e Maria Rosaria. Nina morì prima di tutti, poi i genitori, e infine Margherita. 

 Maria Rosaria  ha solo i ricordi sfumati di suo padre della zia Sr. Mariangela e conserva gelosamente la biografia scritta da Giuseppe Scialdone. Sicuramente però ha chiara la storia della famiglia, in particolare dei fratelli di suo padre, Mario e Renato. Il primo  rimase con la mamma Margherita fino alla fine e le sopravvisse di poco. Non si era sposato probabilmente per non dispiacere a sua mamma. La sua eterna fidanzata abitava anche lei a Vico Pazzariello n°3, e, per scherzo o amore della fortuna, fu lei a badare a Margherita nella sua estrema decrepitezza fino alla fine dei suoi giorni. L’altro, il più piccolo, Renato abitava e lavorava ad Avellino ed ebbe tre figli dei quali Aldo e Margherita  viventi, mentre  il più piccolo, disabile,  è morto nonostante le cure del fratello Aldo che se ne è preso cura e adesso lo piange come fosse stato un figlio.

Da Aldo e Margherita sappiamo che il padre Renato, nato nel 20, aveva conosciuto da piccolo Sr. Mariangela quando sua mamma Margherita lo portava con sé.  Margherita, ormai madre di famiglia, andava spesso ad aiutare sua zia Sr. Mariangela nelle faccende domestiche, tra Suor Mariangela e lei c’era un intenso rapporto di affetto, come tra madre e figlia, perché la cara suora l’aveva avuta con sé, cresciuta e accudita sin da piccola fino all’età di 17 anni.

Sr. Mariangela teneva a bada Renato che era un bambino vivace che gli diceva “Buono piccerè non toccà niente” perché temeva per il suo altarino,  i suoi oggetti sacri ed era oramai anziana, lontana dai tempi in cui si portava a casa i ragazzini sporchi e affamati del porto.

 Maria Rosaria Lucandri ci ha lasciati il 18 febbraio 2026.
Riposi in pace. Condoglianze al marito e ai figli.
 Via Angelo Emo 131, Roma

 

Sr. Mariangela Crocifisso riunisce attorno a sé e alla sua memoria i discendenti della famiglia.
Testimonianza - racconto di Patrizia Bonelli

La  figlia del fratello di Sr. Mariangela, Margherita, aveva sposato Aldo Lucandri, fratello di mio nonno Ettore. Ritrovare alla Messa in suffragio di Sr. Mariangela  cugini lontani come Aldo e Margherita, lontanissimi come Maria Rosaria Minopoli è stata una grande emozione.
Sr. Mariangela ha, dopo quasi  un secolo, chiamato attorno al suo ricordo la sua famiglia, pur come suora senza discendenza diretta.

Margherita era cresciuta in casa di Sr. Mariangela, la sua famiglia numerosa l’aveva affidata alla suora perchè unica femmina fra molti maschi. Margherita era rimasta con lei fino a 17 anni  quando era andata sposa ad Aldo Lucandri ed erano andati ad abitare a vico Pazzariello dove l’avevo conosciuta. Avevano avuto tre figli, Attlilio, Mario e Renato.

 Quando con mamma e papà passavamo da Napoli non mancavamo mai di andare a trovare zio Aldo e zia Margherita. Da bambina ero stata attratta dal pozzo che era in corridoio, pur essendo l’appartamento al 3° piano.
Da adulta avrei fatto uno studio sugli antichi acquedotti napoletani, tra cui il Bolla,  pubblicato su Water Immaterial Museum, Hydriaproject. info.

Nonno Ettore Lucandri con la famiglia

 L’appartamento era molto particolare, intrigante direi, a forma di ferro di cavallo. Un susseguirsi di quattro locali, uno dentro l’altro a cominciare dalla cucina, il primo, unito all’ l’ultimo da un corridoietto dove si trovava la ghiera del pozzo. Il pozzo ovviamente non funzionava, dal 1875  quando l’ingegnere Melisurgo aveva imposto la chiusura dell’acquedotto Bolla perché  Napoli era infestata da colera endemico.

Quando mi iscrissi all’Istituto Orientale di Napoli, la cui sede principale è palazzo Giusso, proprio accanto a vicolo Pazzariello,  fu d’obbligo andare a trovare zia Margherita e zio Aldo. La zia insisteva che io andassi da lei ogni sera per cena e me la preparava con cura , sempre più o meno la stessa, pasta al sugo e un po’ di carne e forse insalata. Mi confortava quando dovevo sostenere un esame raccomandandomi ai santi cui era devota. Io mi sentivo rassicurata dalle sue attenzioni. Accadde in quei mesi, tra l’inverno e la primavera del 1966 che zio Aldo si aggravò e morì. Le esequie si tennero nella cappella monumentale di San Giovanni dei Pappacoda.  Molto devota, come ero allora, seguii la Messa che era ancora in latino.

Ricordo zio Aldo durante i suoi ultimi giorni, in confusione, che chiamava sua mamma, era molto avanti con gli anni.  Zia Margherita e suo figlio Mario  lo sostenevano e lo curavano in  tutti i modi. Poi una mattina andai a trovarlo ed era disteso sul letto, vestito di tutto punto e con un fazzoletto intorno alla viso che gli teneva chiusa la bocca. Non era più di questo mondo.

                             
                         L'Istituto  Orientale di Napoli

Andai a trovare zia Margherita ancora per un po’ di tempo, non saprei dire quanto. Io avevo impegni di studio e incominciavo a sperimentare rapporti sociali più intensi e ravvicinati.  Zia Margherita, molto anziana,  era sempre meno autonoma e badata da una signora del piano di sopra amica di zio Mario, il secondo dei suoi figli che aveva sempre vissuto con i genitori. In seguito se ne andò anche lei ma io non lo seppi e non andai alle esequie.

Non conservo ricordi chiari dei racconti di zia Margherita su Sr. Mariangela e mi dispiace molto. Ho saputo in seguito e ricostruito quanto segue. Sr. Mariangela aveva tenuto con sé, insieme ad altre bambine, Margherita fino a che questa, compiuti 17 anni si sposò. Zio Aldo  Lucandri era ferroviere come suo fratello Ettore, mio nonno, funzionario al ministero dei trasporti a Roma. Aldo invece faceva parte del personale viaggiante e, terribilmente geloso, come d’altra parte anche suo fratello Ettore, quando partiva chiudeva chiave sua moglie con i figli.

 I fratelli di Margherita che la volevano vedere ogni tanto si arrabbiavano moltissimo con il cognato e sembra che più di una volta, per poter stare un poco con la sorella e i nipoti, abbiano forzato la serratura della porta di casa.

Poi non so bene cosa accadde e se qualcosa cambiò con il crescere del numero dei figli. Attilio, il più grande, da piccolo, sicuramente reagiva per essere chiuso dentro, rimanendo per ore seduto sul balcone con le gambette penzoloni fuori dalla ringhiera. Zio Attilio doveva diventare il cugino più assiduo di mia mamma anche perché, maresciallo di finanza, viveva a Roma. Ricordo  che ci veniva a trovare a via Cagliari  e ci portava in dono un caschetto di banane che comprava all’angolo con via Alessandria in un negozio di frutta esotica come lo erano le banane che negli anni ’50 non si trovavano facilmente al mercato.

E’ difficile per il nostro immaginario capire le modalità autoritarie dell’inizio del ‘900. Zia Margherita  era stata allevata da Sr. Mariangela con amore, preghiera e rigore, come le altre ragazze che abitavano con lei e come i bambini del mercato che la cara suora raccoglieva nella sua casa di giorno  per insegnare loro  il catechismo. Probabilmente si trattava di ragazzini  sporchi e affamati, quindi bisognava lavarli, vestirli e farli mangiare. Poi gli si doveva insegnare a parlare, leggere e scrivere in italiano perché fossero in grado di capire e imparare il catechismo. E’ molto probabile, anche se non specificato nella biografia di Sr. Mariangela di Giuseppe Scialdone,  che le ragazze, particolarmente le più grandi,  aiutassero in tutte queste faccende domestiche, a prendersi cura dei bambini più piccoli, e non era concepibile che si distraessero durante le preghiere. La vita accanto a Sr. Mariangela, era angelica e, proprio per questo, severa, di preghiera e di lavoro. Quel poco che c’era in casa, grazie soprattutto alla carità, non era sicuramente ricco e abbondante. Penso che sua nipote, mia zia Margherita  fu lieta di sposarsi ma molte altre ragazze  rimanevano con Sr. Mariangela.

 Accanto al lavoro che svolgeva all’ospedale degli Incurabili, Sr. Mariangela svolgeva compiti che potremmo definire di maestra di strada. Tutto a sua esclusiva responsabilità e grazie alle offerte e alla carità che riceveva. Proprio perché circondata da ragazze e ragazzi, aveva avuto difficoltà a trovare una famiglia felice di ospitarla e in fine aveva optato per una casa propria, seppure modesta.

                         
                                Napoli, l'Ospedale degli Incurabili

Lungi dall’ iconografica immagine di suora di casa, impegnata nella cura della famiglia ospitante, Sr. Mariangela aveva le sue attività caritatevoli che portava avanti con determinazione insieme alla preghiera che tanto l’ha contraddistinta  e che le ha concesso numerose grazie  e prodigi.

Nei consigli poi che Sr. Mariangela dava alla nipote Margherita si ravvisa un carattere determinato e autorevole. D’altra parte non si può immaginare diversamente visto che è stata a capo delle terziarie Francescane della Campania per più di 20 anni. Perciò, sempre severa sebbene affettuosa con Margherita che sicuramente era nipote  assai cara, le diceva che era inutile  che si opponesse al fidanzamento del figlio Attilio  e Nina, perché si sarebbero comunque sposati non appena l’arma cui Attilio si era arruolato, la finanza, lo avesse concesso. A Margherita difficilmente, se non mai, piacevano  le ragazze frequentate dai propri figli, era probabilmente  gelosa perché anche Mario aveva trovato una forte opposizione quando si sarebbe voluto sposare e infine era rimasto con i genitori.

Durante i miei anni di università morirono zia Margherita e anche zio Mario. Io divenni sempre meno osservante e devota e la mia vita pur abbastanza corretta, lontana dalla chiesa. Mi sposai solo civilmente e non feci battezzare mio figlio malgrado mia mamma e mia suocera insistessero perché lo facessi, ma mai tralasciai di pregare e far dire messe ai miei poveri cari defunti.

Dopo decenni di vita familiare affettuosa ed impegnata nel  lavoro e nelle responsabilità ricominciai a pregare per mio figlio, i suoi esami, la repressione cui andava incontro con le occupazioni e la  lotta per la casa delle centinaia  di  senza tetto di Roma. Conduceva una vita avventurosa anche come naturalista, i suoi viaggi e i suoi soggiorni sulle isole per studiare la migrazione degli uccelli rapaci erano sempre problematici, o rimaneva senza soldi in un’epoca in cui non c’erano le carte prepagate, o perdeva la coincidenza tra il traghetto e l’aereo o il treno che lo doveva riportare a Roma. Per me, sua mamma, essere preoccupata era normale e ricominciai a pregare. Poi mia sorella Antonella si ammalò gravemente e la preghiera divenne abitudine quotidiana intensa, quasi continua. Me ne presi cura, trascurando anche mio figlio, quando rimase gravemente invalida.
Pregare calmava l’ansia e il dolore e così andai a confessarmi e, dopo decenni,  decisi di riavvicinarmi alla chiesa. Mi resi conto allora  che non essendo sposata in chiesa non potevo essere perdonata. In un soggiorno a Napoli, su indicazione di mia cugina Maria Rosaria Lucandri andai a visitare la tomba di Sr. Mariangela Crocifisso nella basilica di San Pietro ad Aram vicino al Rettifilo. Ne fui colpita anche perché era proprio nel periodo in cui stavo cercando di riavvicinarmi alla chiesa. Una zia in odore di beatitudine non mi sembrava possibile,  Maria Rosaria mi prestò  la sua biografia di Scialdone  e seppi quanta devozione avevano per lei i napoletani. Dei Carismi che aveva avuto in dono e delle grazie e dei prodigi che aveva fatto, della numerosissima partecipazione  di popolo al corteo di traslazione delle sue spoglie mortali dal cimitero alla basilica di san Pietro ad Aram, di come la sua bocca fosse incontaminate e sulla lingua visibile il segno dell’Ostia Consacrata.




Allora, quando la devozione dei napoletani per lei era ancora viva, perchè vivo era il ricordo dei prodigi e delle grazie che aveva fatto a chi le chiedeva aiuto e la chiamava in soccorso, era chiaro quanto la sua presenza fosse importante e reputata degna di essere venerata.



                         Suore francescane
 Allo stesso modo era stata inequivocabile, quando  era stata traslata, la presenza di tanta popolazione napoletana che aveva seguito il suo feretro e la cerimonia con un corteo di migliaia di persone.
 Poi c’era stata la guerra,  erano passati i decenni in cui Napoli era cambiata, proprio il porto e la piazza del Mercato avevano mutato la loro vocazione di continuità,  l’economia e i  commerci che vi si svolgevano erano divenuti inessenziali come la stessa manifattura dei guanti che la famiglia di Sr. Mariangela esercitava. Infine si sono succedute sono molte generazioni, almeno quattro, e il ricordo di Sr. Mariangela Crocifisso sfumato e, in molti casi, perduto.
Anche se oggi siamo un gruppo abbastanza numeroso di persone legate alla sua famiglia, alla sua devozione e ai gruppoi di preghiera, ma  siamo certamente  molto meno numerosi rispetto ai devoti di quando Sr. Mariangela era in vita e,  subito dopo la sua morte, prima che si affievolisse la memoria dei suoi interventi miracolosi.

                     Napoli- Piazza del Mercato in un quadro dell'800

Dopo che ebbi visitato la tomba di Sr. Mariangela, chiesi al parroco della mia parrocchia, Don Alberto, che  celebrasse secondo il rito cattolico in  chiesa  il matrimonio con mio marito. E lo fece, anche se con molta cautela, il 28 maggio del 2016 nel giorno della festa del Corpus Domini. Una grande gioia per la festa e non solo, mio figlio Michele era molto incuriosito da questo evento e felicissimo per la festa familiare. Il mio tardivo riavvicinamento alla chiesa fu molto intenso e subito fui coinvolta nell’organizzazione della mensa dei poveri che preparava e serviva circa 100 pasti ogni domenica nei locali della parrocchia di Santa Maria Madre della Divina Provvidenza. Mio figlio Michele era interessato ed attratto da questa attività, non era lui pure impegnato in attività benefiche per dare un ricovero a chi non aveva casa? Ma i suoi impegni lo facevano muovere su piani completamente diversi, primo fra tutto quello di ornitologo, naturalista.



Dottore di ricerca in Ecologia, il suo obiettivo più importante era quello di rendere omogenee le procedure di osservazione e conteggio degli uccelli rapaci in migrazione nel Mediterraneo nei diversi punti di attraversamento dall’Africa all’Europa e viceversa, con particolare attenzione allo stretto di Messina. Per più di 20 anni non aveva saltato una sola stagione migratoria sia in primavera che in autunno. Organizzava i campi di osservazione e di conteggio in Aspromonte come dei veri e propri campus di discussione, di studio e  ricerca  e seguivano sempre nuove pubblicazioni sui comportamenti delle diverse specie per sesso ed età, l’influenza delle condizioni atmosferiche, il vento e i cambiamenti climatici. Allo stesso tempo visitava spesso e manteneva i contatti con gli altri luoghi di attraversamento, Tarifa allo stretto di Gibilterra, Batumi in Georgia, Anticitera in Grecia, e anche Eilat in Israele, il Bosforo e i Dardanelli ed altri.

Insomma mio figlio conduceva una vita appassionante di naturalista quando nel 2018 gli si manifestò in modo avanzato un tumore  grave che difficilmente gli avrebbe dato scampo. Allora io, sua madre gli chiesi di farsi battezzare anche perché sarebbe stato mio dovere farlo quando era piccolo. Fu d’accordo, non riuscivo a trovare la diocesi dove avrebbe ricevuto i sacramenti quando, ad una Messa vespertina a Santa Maria In Trastevere, vidi che c’erano i catecumeni che si preparavano a ricevere il battesimo. La Comunità di Sant’Egidio promuove l’ingresso di stranieri attraverso corridoi umanitari, molti di questi migranti poi si convertono, c’era anche qualche Rom e Sinti. Michele iniziò così il percorso per ricevere il battesimo. Siccome la sua malattia progrediva,  Don Francesco, il viceparroco, suo catechista, gli disse che potevano, nel suo caso, abbreviare i tempi ed essere battezzato il giorno del Battesimo di Cristo che cadeva a gennaio 2019. Michele non accettò, volle continuare il suo percorso con gli altri e finalmente ricevette tutti i Sacramenti alla veglia  di Pasqua, il 21 aprile 2019. Michele passava attraverso un calvario di dolore e di cure, sicuramente rafforzato dal suo percorso di fede. Non si lamentò mai e se ne andò dopo aver ricevuto l’Olio Santo il 18 giugno del 2018.
Al suo funerale Don Francesco citò le parole della sorella di Lazzaro “ Se tu fossi stato qui, Signore, non sarebbe successo” Il Signore, per Michele c’è stato e lo ha benedetto ed io, sua Madre, benedico quel giorno che sono passata a trovare la tomba di Sr. Mariangela Crocifisso nella Basilica di san Pietro ad Aram. Senza di lei no avrei trovato la forza per una riconversione mia e di tutta la mia famiglia, in particolare di mio figlio Michele.

Adesso so dove immaginarlo, dove spero di  raggiungerlo un giorno.

Le terziarie francescane, ho scoperto dalla storia dell’amata zia, non avevano preso tutti i voti  in convento perché la loro famiglia non era in grado di pagare all’ordine la dote, così Sr. Mariangela che preferì che la dote fosse data perché sua sorella entrasse  in convento. Inoltre le terziarie francescane  erano descritte nella vulgata popolare come parte della famiglia in cui vivevano,  ma Sr. Mariangela contraddice questo stereotipo. La  fine ‘800 era inoltre un periodo fecondo di donne che sceglievano il chiostro e il velo certamente per poter pregare, ma anche per trovare uno spazio che consentisse  di realizzare la  loro opera, fosse essa pedagogica di studio o di carità. Era difficile infatti per le donne sposate trovare uno spazio proprio fisico e intellettuale, occupate, come erano, dai figli e dagli impegni coniugali e familiari. Penso a Santa Caterina Volpicelli, a Suor Orsola Benincasa, la prima ha fondato un  ordine di insegnanti, la seconda addirittura una  università. Sono legata ad entrambe. Ho frequentato la seconda media all’istituto Caterina Volpicelli di Porta Pia. Una splendida villa Liberty che ospitava a quel tempo tutte le classi della scuola media e del liceo classico. La venerabile Caterina Volpicelli  non era ancora stata proclamata santa. Le suore erano ottime ed affettuose educatrici, portavano il capo scoperto con i capelli legati dietro la nuca e si facevano chiamare signorine. Tuttavia molte professoresse erano laiche ma la preside, forse anche  madre superiora, insegnava al liceo e la ricordo ancora mentre leggeva l’ottimo componimento di una studentessa del liceo. Ero preadolescente e il cambiamento favoriva una maggiore attenzione sociale verso i comportamenti delle mie coetanee e anche delle ragazze più grandi. Imparai a comportarmi da signorina, a vestirmi semplicemente ma con gusto, a reprimere gli eccessi. Durante gli esercizi spirituali nella cappella, quando sarebbe stato necessario un atteggiamento serio e penitente, scoppiammo a ridere con Isabella, che imitavo in modo gregario, forse prevalse il nostro carattere allegro. Fummo richiamate e capimmo  quanto fosse importante dimostrare un maggior autocontrollo.


    Un chiostro del convento di suor Orsola Benincasa

Di Suor Orsola Benincasa, anzi dell’università che porta il suo nome, ho ben altro ricordo. Durante gli anni della contestazione studentesca (1968/70) andammo dall’ Istituto di lingue Orientali, che frequentavo, alla sede dell’università di Suor Orsola Benincasa a Corso Vittorio Emanuele, dove erano ammesse solo studentesse, per forzare l’ingresso dei  ragazzi a quel tempo vietato. Riuscì ad entrare qualche “maschio” ma non fu niente di particolarmente rivoluzionario, e, soprattutto, niente di eroico. Molto più tardi, quando ormai l’università di suor Orsola Benincasa era aperta a tutti e tutte, avrei capito come la promiscuità non sempre è favorisce le donne.

Certo le suore qui descritte disponevano di ben altri mezzi rispetto a Sr. Mariangela Crocifisso, che non ha però subito il limite della mancanza di mezzi per portare avanti la sua opera e si è presa cura  dei bambini del rione mercato, ha insegnato loro il catechismo e a parlare, leggere e scrivere in Italiano.

Consapevoli delle grazie e dei prodigi compiuti nel corso della sua vita, desidero sottolineare l’importanza  di questa cura per i bambini svantaggiati fra le sue opere di misericordia. 

 




giovedì 29 settembre 2022

Roma: corsi di tirocinio sui rapaci per gli studenti di Scienze Naturali, di Patrizia Bonelli

  Incontro a  Decima Malafede il 18 giugno 2022 a conclusione del secondo tirocinio realizzato dall’associazione Medraptors, valido per i CFU delle facoltà di Scienze Naturali e Ambientali dell’Università la Sapienza di Roma. Hanno partecipato i due professori di zoologia di Roma,  Marco  Bologna della Terza università e Paolo Ciucci della Sapienza, diversi ornitologi e il dott. Stefano Allavena,  presidente dell’associazione Altura.

Nella foto il noto ornitologo Corrado Battisti con gli studenti del tirocinio 2022

Gli interventi sull’importanza della formazione sul campo dei naturalisti e degli ambientalisti, confermano che la passione di naturalista e di ornitologo di Michele Panuccio, scomparso da tre anni, può continuare a contagiare le giovani generazioni. Il prof. Ciucci ha espresso la sua soddisfazione per il corso e Corrado Battisti ha esposto la teoria sui compiti da manager dei conservazionisti.
Nell’occasione è stato fatto il bilancio dell’esperienza dei tirocini e avanzate le proposte per l’anno prossimo.  Punto di interesse del corso è stato  il carnaio nella riserva di Decima Malafede, che Medraptors  ha ripristinato nel 2021 con la collaborazione dell’associazione  Altura,  dopo che per due anni non era stato attivo per mancanza delle autorizzazioni necessarie. Il carnaio era stato attivato dal 2014 al 2019 come  ricercatore da Michele,  che  aveva anche installato sui tralicci dell’alta tensione le cassette  nido  per  gheppi e degli allocchi,  attualmente seguite da Gianluca Damiani.

Nel 2021 il corso è stato frequentato da 18 studenti e si è svolto essenzialmente nella riserva di Decima Malafede. Gli studenti hanno localizzato i nibbi e la formazione delle coppie e la presenza di altri rapaci nella riserva.  Hanno avuto modo inoltre di osservare la cova e l’involo dei pulli di gheppi e allocchi.

Il corso del 2022 è stato sicuramente più ricco perché i 18 studenti-  accompagnati da noti ornitologi -  hanno studiato i rapaci in diverse aree protette dell’agro romano:  Castel di Guido con Fabio Borlenghi e Roberto Scrocca, Decima Malafede con Gianluca Damiani e Jean Philippe Audinet, le vasche di Maccarese e Macchia Grande di Focene con Paolo Giampaoletti e Paolo Nicolai,  il parco di Bracciano Martignano con i guardiaparco  attivati dal direttore Daniele Badaloni,  la Tenuta Presidenziale di Castelporziano  con i locali guardiaparco, la Riserva Naturale dei Massimi con due guide d’eccezione, Corrado Battisti e Federico Cauli. 

Tutor del corso che hanno curato i rapporti con l'Università e gli studenti, le loro acquisizioni e le loro osservazioni di base  sono stati la presidente Patrizia Bonelli di Medraptors e il coordinatore Giuseppe Panuccio, Umberto De Giacomo è stato direttore dei corsi.

Studenti e studentesse hanno verificato in tutte le uscite sul campo la presenza della avifauna e in particolare dei rapaci e imparato che per il mantenimento della fauna selvatica è necessario preservare gli habitat, in questo caso le aree protette di Roma  e che, come nel caso del carnaio per i nibbi bruni, esiste talvolta la necessità di sostenerne l’alimentazione nel periodo riproduttivo.

E’ stato poi presentato il 4° volume degli scritti  di Michele “Strategie della migrazione degli uccelli rapaci nel Mediterraneo”.  Le proposte per i corsi dell’anno prossimo sono state sollecitate anche da questo libro che indica nella migrazione dei rapaci nel Mediterraneo il maggiore interesse di Michele.
La novità è quindi che,  accanto al tirocinio su Nibbi e altri rapaci nella       campagna romana, è in programma un secondo tirocinio di una settimana a Gambarie di Aspromonte durante la migrazione primaverile,  in particolare fra la fine di aprile e inizio di maggio,  per riconoscimento delle diverse specie di rapaci. Gli studenti avranno perciò l’occasione di assistere ad uno spettacolo di incomparabile bellezza  offerto dalla natura, quello di grandi veleggiatori,  spesso in stormi, che arrivano stanchi dalla traversata del Mediterraneo.
I tirocini saranno presentati probabilmente ad ottobre/novembre alla facoltà di scienze naturali.

                     
      Un enorme stormo di falchi pecchiaioli in migrazione




Incontro  eccezionale in un'area protetta con una tartaruga di terra, 
la "Testudo Hermanni".

giovedì 8 settembre 2022

LEGITTIMITÀ DEL TEATRO CLASSICO NELLE SCUOLE

         Il teatro nella programmazione e nell'offerta formativa,
di Patrizia Bonelli, un intervento tenuto  a Palazzolo Acreide in un convegno sul teatro classico nelle scuole.

In questi ultimi anni nel sistema dell’istruzione del nostro paese è stata avviata una profonda riflessione sulle finalità e  l’organizzazione della scuola ed è ormai acquisito che il percorso educativo nella società dell’informazione avviene in un contesto connotato da una pluralità di linguaggi. In questo quadro le attività espressive ed artistiche offrono un contributo significativo all’arricchimento dell’offerta formativa e rinforzano nei giovani la motivazione allo studio e all’impegno.



E così il DPR 156/1999 che riguarda la “Disciplina delle attività complementari e delle attività integrative nelle istituzioni scolastiche”, individua la scuola non solo come luogo di trasmissione di un sapere codificato e di acquisizione di competenze, ma come principale spazio di crescita umana e civile dei giovani: a tutte le attività organizzate a scuola su progetto educativo si è riconosciuta valenza formativa. 
Lo spazio creativo dei giovani assume maggiore orizzonte e il teatro a scuola diventa significativo. Il teatro in quanto genere letterario è sempre stato incluso nei programmi scolastici ma leggere teatro, andare a teatro e fare teatro costituiscono pratiche assai diverse. E una differenza che appartiene al paradigma lingua parlata e lingua scritta, comunicazione e racconto, rappresentazione e narrazione. Per fare teatro a scuola bisogna transitare dallo spazio letterario (fatto di parole sulla pagina bianca) allo spazio scenico (fatto di concreti oggetti, suoni, parole e azioni esibiti in tempi reali su un vero palcoscenico). Occorre attraversare quell’ambiguo trattino che separa e congiunge le due sponde del Teatro Scuola come un minuscolo ponte che si affaccia sul silenzio del testo.

TEATRO CLASSICO 
Nella scuola dell’autonomia la conoscenza del mondo classico, in cui troviamo le nostre radici culturali, deve rappresentare per tutti gli studenti una occasione per acquisire identità ed un modello di confronto e di dialogo con esperienze “altre”: La cultura classica ha creato per i popoli del Mediterraneo modelli comuni di pensiero su cui ancora oggi si può dialogare; il teatro classico, poiché rappresenta i miti fondanti del pensiero moderno, ci consente di riconoscerci all’interno di regole etiche e sociali e di ambiti territoriali circoscritti e universali.

Il Dramma Antico è una delle prime e più originali interpretazioni del Mito, in tal senso ne costituisce anche la forma sua propria, poichè ne condivide la forma simbolica del pensiero che affida la propria verità all’energia intuitiva dell’evento e delle immagini che appartengono al suo racconto. Si presta perciò a significare livelli di lettura e di interpretazione diversi utilizzabili oltre che da culture anche da fasce di età diverse.

Tutte le considerazioni che si possono fare sul del teatro classico rimandano ad obiettivi educativi a cui i giovani hanno difficoltà ad accedere immediatamente per via razionale. E’ caduto il pregiudizio che i giovani debbano sempre seguire gli stessi percorsi dell’apprendimento come nel passato, che per esempio possano essere motivati allo studio cronologico delle discipline senza aver ricevuto altro tipo di messaggio, diverso tipo di iniziazione culturale.

La lettura orizzontale o sincronica offre un nuova chiave interpretativa del mito come alternativa al discorso razionale, una forma simbolica del pensiero che mediante il racconto di un evento organizza per analogia la riflessione sull’esistenza e sull’esperienza. Anche in questo caso, parallelamente si supera un pregiudizio, quello che il mito sia una forma pre logica della conoscenza, l’embrione da cui ebbe origine il progresso verso la razionalità.

Considerazione derivata dal fatto che la creatività mitica si manifesta nella fase aurorale della società complessa, mentre i popoli, cosiddetti primitivi, affidano al sistema del mito le norme perenni della propria vita. Altre caratteristiche abilitano il teatro classico nella forma e nei contenuti a veicolare l’educazione alla cittadinanza e alla tolleranza, all’incontro con l’altro, in particolare con i paesi del bacino del Mediterraneo.

Il mito infatti: 
· rappresenta un messaggio primario in cui si manifesta la consapevolezza del rapporto fra l’individuale e l’universale.

· il suo carattere archetipo rimane sostanzialmente omogeneo nonostante interagisca diversamente con le strutture della società che lo ha prodotto e dispieghi in un sistema complesso le varianti fra le singole culture.

· Alla produzione dell’archetipo mitico appartiene l’ignoranza di essere tale e una volta che si sia verificato il passo fatale della consapevolezza da quando la cultura occidentale ha criticamente fondato l’idea stessa di mito l’originale creatività della mente mitica è irrimediabilmente perduta, non resta che l’elaborazione e la reinterpretazione secondo le nuove esigenze ed esperienze.

Dal punto di vista educativo saper utilizzare a scuola, accanto al linguaggio logico - deduttivo, anche quello analogico dei simboli può dimostrarsi molto utile non solo per la comprensione e l’interpretazione della realtà ma anche per attivare negli allievi le motivazioni e le strategie dell’apprendimento.

Tuttavia rimane il dubbio che se la messa in scena rimane confinata fra le attività extra curricolari e la lettura dei testi letterari trovano più nobile collocazione nei programmi, esiste il pericolo che rimanga uno scollamento fra la scuola considerata “seria” e quella ludica cui si tende a dare poca importanza perché svalutata dagli insegnanti, che spesso le considerano una sottrazione di tempo all’impegno di studio e perché gli studenti scelgono attività elettive fuori dalla scuola in ambiti ritenuti più liberi. 
E’ necessario ricomporre questa frattura perché non è sufficiente garantire un bagaglio di conoscenze, ma è necessario che la scuola promuova la crescita degli studenti perché sappiano cosa farne di ciò che hanno imparato. L’attività teatrale, il teatro in generale va inserito in progetti che coinvolgano diversi insegnamenti e che promuovano l’acquisizione di sapere e saper essere. Questo è particolarmente attuabile.


FINALITA’ EDUCATIVE

Dal punto di vista della crescita intellettuale e del senso di sé, il meccanismo della rappresentazione, simulazione e finzione, promuove la crescita dell’individuo e la definizione dell’identità perché si osserva se stessi dall’esterno come personaggi.  
Il palcoscenico è uno spazio su cui misurare se stessi, i propri movimenti in sintonia e in accordo con quelli degli altri personaggi, rapportati a tutti gli elementi presenti sulla scena. Il primo gradino dell’educazione al saper essere consiste anche nella delimitazione degli spazi propri e degli altrui funzionale allo svolgimento di un’azione, alla trasmissione di una comunicazione. La definizione di volumi, spazi, movimenti sulla scena , insieme all’uso di linguaggi parlati e gestuali educano giovani uomini e donne a dare importanza al contesto.

D’altra parte il teatro veicola proprio contenuti e modalità diverse da quelle logico - verbali che tradizionalmente appartengono alla relazione didattica che ha nella capacità di argomentare e ancora di più nella scrittura il modo per fermare e strutturare un pensiero come proiezione di sé, ma anche prodotto osservabile dall’esterno.

IL TEATRO NEL P.O.F.

Per far entrare il teatro a pieno titolo nell’offerta formativa, non si può limitarlo alle attività extracurriculari, o quantomeno queste ultime devono essere complementari,  intrecciate o comunque parte integrante della programmazione della scuola del mattino. Si deve prevedere l’attività teatrale all’interno di percorsi (tematici organizzativi) che coinvolgano diverse discipline. Tutto il teatro ha una forte relazione con i contesti e con la storia, il teatro classico offre una ampia scelta di interpretazioni e letture diacroniche e sincroniche sincroniche e quindi la possibilità di costruire moduli o blocchi pluridisciplinari.

martedì 16 agosto 2022

Difesa dell'ambiente: non basta denunciare, sporcarsi le mani e esporsi, di Patrizia Bonelli

 I ricercatori che si occupano di fauna selvatica devono prendere iniziativa per misure di conservazione e comportarsi da manager, sporcarsi le mani ed esporsi. Un cambiamento di paradigma nell’epoca della sussidiarietà di competenze dal pubblico al privato.

Nell’ editoriale di “Avocetta”, rivista del CISO, Centro Studi Ornitologici, “sporcati le mani ed esponiti” https://www.avocetta.org/articles/vol-45-2-eru-get-your-hands-dirty-and-expose-yourself/ Corrado Battisti, riprendendo l’editoriale di Michele Panuccio, che nel 2018 sulla stessa rivista raccomanda a naturalisti e biologi di rimettere “the boots into the ground” per la ricerca sul campo e la raccolta dati in natura, sposta l’obiettivo molto più avanti. Battisti in particolare raccomanda a rilevatori e studiosi esperti di non fermarsi all’individuazione delle minacce allarmanti e sul relativo impatto su specie e comunità di uccelli, ma di prendere l’iniziativa, perché spesso non è sufficiente denunciare e delegare ad altri soggetti, anche se istituzionali, le misure da prendere.

 Corrado Battisti suggerisce di pensare da manager, cioè di intervenire direttamente, perché spesso anche piccoli interventi possono invertire la tendenza al degrado degli ambienti e alla conseguente diminuzione della fauna selvatica.

Il secondo articolo sempre di Battisti et al. sulla stessa rivista “Applying the Swiss Cheese Theory... ” https://www.avocetta.org/articles/vol-45-2-erp-iforumbsp-bsearching-the-effectiveness-within- conservation-projects-applying-the-swiss-cheese-theory/ prende ad esempio il ripristino di un carnaio per alimentare i nibbi bruni nella riserva di Decima Malafede. Il carnaio, già attivo dal 2013 al 2018 grazie al fatto che Michele come ricercatore poteva evitare passaggi burocratici, non era stato rifornito nei due anni seguenti. E’ stato possibile riattivarlo dopo aver superato il complesso iter burocratico per le autorizzazioni e i controlli di USL e RomaNatura, e alla capacità di assicurare il rifornimento bisettimanale di carne fresca.


 E’ stato così possibile assicurare la presenza di diverse coppie: inoltre, da due anni, un corso di tirocinio valido per i CFU di studenti di Scienze Naturali dell’università “La Sapienza” di Roma, ha anche reso possibile l’osservazione e lo studio dei comportamenti dei Nibbi Bruni nidificanti e degli altri rapaci presenti nella Riserva nel periodo della riproduzione.
Tutti i buchi dello swiss cheese sono stati così allineati consentendo il successo dell’intervento di conservazione. Gli studenti imparano ad affrontare positivamente alcuni problemi di conservazione, cioè a prendere decisioni e a  intervenire concretamente. Dice infatti Corrado Battisti: “…… una volta raccolti ed analizzati i dati, aver fornito raccomandazioni e pubblicato un paper, gli ulteriori passaggi operativi sono spesso delegati ad altri soggetti (es. Enti Pubblici), spesso nemmeno individuati . Si presume quindi che qualcun altro, non ben definito, adotti le raccomandazioni e le soluzioni di conservazione suggerite. Se ciò non avviene, come spesso accade con le specie minacciate e altre criticità, ci si sente frustrati e si cercano i colpevoli (Enti Pubblici inadempienti, dinamiche politiche, mancanza di fondi e così via).
L'attribuzione della colpa è un comportamento conveniente (ma non scientifico!) basato su un pensiero semplificato (de Langhe et al. 2017). Invece gli ornitologi della conservazione devono cambiare il paradigma. Dovrebbero pensare come manager che risolvono i problemi, non passivi ma propositivi. Non dovrebbero solo scrivere le carte, suggerire “raccomandazioni per la conservazione” e delegare le soluzioni, ma dovrebbero pensare operativamente a come cambiare le cose. Il tempo stringe, non c'è più tempo per delegare! Il campionamento e l'analisi dei dati sono importanti, ma sono solo un primo passo per avviare azioni di conservazione (vedi https://scientists4future.org).

 Ovviamente alcuni progetti di conservazione includono azioni complesse che richiedono abilità, operatori, materiali, tecnologie e risorse economiche, spesso al di là delle capacità del singolo ornitologo. Tuttavia, molte soluzioni possono essere raggiunte con poche risorse, coinvolgendo colleghi locali motivati e coordinandosi con esperti. Questi operatori possono anche non avere immediatamente successo, ma poi adatteranno gradualmente le loro azioni adattandole al contesto, migliorando le competenze, fino a raggiungere i risultati attesi. Anche se non si ottengono risultati sugli obiettivi di conservazione, si può ottenere un risultato personale: non si delega, non si rimane frustrati, non si attribuiscono colpe e si fa esperienza! Molti giovani ornitologi fungono da “citizen manager” sporcandosi le mani ed esponendosi, perseguendo piccoli progetti operativi che sommati possono essere considerati un buon risultato.”

Corrado Battisti, PhD “Avocetta”Associate Editor (coordinating the column of applied conservation) ‘Torre Flavia’ LTER research station & University of Rome 3, Applied ecology
Main interests: Wildlife management, problem-solving, threat analysis, disturbance ecology, operational conservation
Contact: corrado.battisti@avocetta.org

venerdì 21 gennaio 2022

Il pianeta azzurro: Settembre a Ventotene, l’ isola Pontina più a sud, di Patrizia Bonelli

 L’antica Pandataria, l’isola vulcanica  più vicina a Roma,  priva di acqua dolce e usata in passato come luogo di esilio e di detenzione, ha trovato un nuovo equilibrio idrico grazie al dissalatore istallato già da qualche tempo, dopo essere stata approvvigionata per gran parte della seconda metà del’900 al 2017 dalle navi cisterna.

L’ isola è stata oggetto di molti studi tra cui quello dell’Istituto Scholè Futuro, ed  è stata inserita nel progetto Hydria sugli antichi metodi di raccolta, conservazione e distribuzione dell’acqua dolce nei paesi del bacino del Mediterraneo. www. hydriaproject.info .  IL progetto poi è entrato nel circuito dei musei dell’acqua.



La splendida Villa Giulia, di cui ormai restano pochi ruderi, prende il nome dalla figlia di Augusto che per prima fu esiliata in quel luogo e, dopo di lei, molte signore di
  rango imperiale. La villa era rifornita di acqua da un sistema che si basava esclusivamente sulla raccolta di acqua piovana. Delle 6 cisterne originali ne rimangono solo due, la più grande  di raccolta sulla parte più alta dell’isola, l’altra, Villa Stefania un poco più in basso, per l’ossigenazione dell’acqua e perciò caratterizzata da corridoi in cui l’acqua fluiva. Le cisterne raccoglievano dagli edifici e dalle strade l’acqua piovana, che, dopo essere stata depurata,  scorreva fino alla villa dove riforniva  piscina, fontane e persino una peschiera. Con la fine dell’impero romano, l’isola fu  abbandonata per secoli.  Alla fine del ‘700 i Borboni decisero di tipolarla e fecero costruire  il centro abitato   principalmente da galeotti che dormivano nella cisterna più grande,  poi chiamata dei carcerati. Le case  erano tutte provviste di una piccola cisterna propria.

La costruzione più prestigiosa dei Borboni  fu, nell’800, il carcere panottico di Santo Stefano, l’isolotto accanto a Ventotene. Seguendo indicazioni illuministe,   il carcere  fu costruito a ferro di cavallo in modo che dalla torretta  centrale si potessero controllare tutte le celle che affacciavano all’interno, “panottico”  appunto. Il cortile interno poi era fatto come le valve di due conchiglie che convogliavano l’acqua piovana,  nella cisterna sottostante.


Oggi il carcere di Santo Stefano è spettrale, uno spirito inquieto per la sofferenza di chi
  vi fu imprigionato, soprattutto briganti ed ergastolani  la cui sorte, prima di quel carcere, sarebbe stata la pena capitale.  Poi vi furono detenuti anche gli oppositori al regime come Sandro Pertini, infine tutta l’isola di Ventotene divenne luogo di confino degli antifascisti. Il carcere fu utilizzato fino al 1965 e uno dei suoi ultimi direttori è ricordato per la sua amministrazione illuminata che consentiva  ai detenuti, anche ergastolani, di lavorare e di avere una vita sociale attiva. Si possono ancora  vedere i terrazzamenti utilizzati per le coltivazioni.  A dimostrazione della familiarità del direttore con i reclusi, sua figlia si sposò nella cornice  del carcere. Ma il piccolo cimitero di croci senza nome accanto al carcere fa male al cuore.Dopo che per anni si è cercato di vendere senza successo il carcere e l’intero isolotto di Santo Stefano  a privati, oggi sembra che il comune voglia restaurarlo e riportarlo alla sua forma originaria per farne un museo e di utilizzare come albergo i manufatti aggiunti nel tempo. Rimaneva aperto il problema dell’acqua dolce,  alla fine del ‘900 si era completamente persa l’abitudine di raccogliere l’acqua piovana e le navi cisterna rifornivano l’isola con grave onere di spesa per la regione Lazio. Oggi con il dissalatore, l’isola ha di nuovo conquistato la propria autonomia e i ventotenesi sono diventati più  responsabili sul consumo dell’acqua. Oggi, infatti,   tutti coloro che hanno un orto o un giardino hanno ripristinato l’uso delle cisterne e raccolgono l’acqua piovana per l’irrigazione.

Il dissalatore non è privo di problemi,  prima fra tutti la mancanza di mineralizzazione dell’acqua, ma sono comunque in via di soluzione.

La vocazione di Ventotene è il mare si pratica molto il diving e lo snorkeling,  c’è una scuola di vela  molto frequentata,  un centro ornitologico di antico insediamento  con il museo della migrazione. Soprattutto l’isola non è diventata “radical chic”, è rimasto un ambiente popolare con  la grande piazza del comune piena di bambini che giocano e anziani che prendono il fresco.  

martedì 28 aprile 2020

In diretta i nidi dei falchi pellegrini



Dal blog di .ECO- l'educazione sostenibile
Con il coronavirus gli animali selvatici sono “tornati” negli spazi occupati dall’uomo. Eppure alcuni ci sono sempre stati, come da anni mostra l’associazione Ornis Italica, offrendo uno sguardo sui nidi dei falchi pellegrini. Proprio in questi giorni si può vedere la diretta   dal nido di Aloa e Briciola, che da anni nidificano sulla cupola del Buon Pastore a Bravetta. 

In diretta il nido di Aloa e Briciola: fauna selvatica e uomo, saremo più sensibili grazie al lockdown?


Con il coronavirus gli animali selvatici sono “tornati” negli spazi occupati dall’uomo. Eppure alcuni ci sono sempre stati, come da anni mostra l’associazione Ornis Italica, offrendo uno sguardo sui nidi dei falchi pellegrini. Proprio in questi giorni la diretta da Roma dal nido di Aloa e Briciola. 
Tuttavia, è corretto dire che sono “tornati”, o forse siamo noi che siamo diventati più attenti alla loro presenza, anche grazie all’opportunità che il blocco delle nostre attività quotidiane ci ha dato di metterci in ascolto? Sono vere entrambe le cose: sicuramente gli animali hanno trovato un ambiente meno pericoloso, in alcuni casi più pulito e più sano, con inquinamento ridotto e con più libertà di muoversi indisturbati. Alcuni effettivamente sono arrivati “da fuori”. Altri invece sono sempre stati “tra noi” e in questo periodo hanno semplicemente avuto più possibilità di farcelo notare. L’ambiente è di tutti gli esseri viventi, non solo dell’uomo. Anche quello cittadino!

La mission di Ornis Italica

Un’organizzazione che ben prima della pandemia si è occupata di trasmettere questo messaggio è Ornis italica. Si tratta di un associazione scientifica che riunisce naturalisti e biologi allo scopo di tutelare la fauna selvatica, in particolare gli uccelli, sia alimentandone la conoscenza scientifica sia rendendo questa conoscenza fruibile per i “non addetti ai lavori”. Come si legge dal sito, infatti, Ornis italica crede nell’importanza di “rendere le persone consapevoli del valore inestimabile della biodiversità e di ciò che comporta la sua perdita, nonché di altri problemi ambientali come la riduzione dell’habitat e l’effetto dell’inquinamento sulla fauna selvatica“.
Per raggiungere questo proposito Ornis italica promuove molte iniziative, tra cui, di particolare rilevanza è quella sostenuta tramite la piattaforma Birdcam.it. Su questo sito di live streaming a tema ornitologico, il primo in Europa, dal 2004 viene seguita in diretta la nidificazione di alcuni uccelli che ogni anno visitano le nostre città.

https://www.youtube.com/watch?v=hSVe5cnOoxo&feature=emb_title

I falchi pellegrini di Roma

Ne è un esempio la coppia di falchi pellegrini Aloa e Briciola, che ormai da sei anni nidifica a Roma sulla cupola del complesso del Buon Pastore. Proprio in questi giorni è possibile seguirli sul blog. Dando la possibilità a chiunque di conoscere da vicino la vita quotidiana di questi uccelli selvatici, la speranza e lo scopo dell’iniziativa è di stimolare l’attenzione, la sensibilità e il rispetto verso il mondo naturale. Inoltre, la coppia di falchi in questione offre anche un’ottima opportunità di educazione ambientale diretta, in quanto seguita da studenti ed insegnanti del Liceo Malpighi, situato nello stesso complesso.