Suor Maria Angela Crocifissa, dopo essere vissuta in francescana povertà e aver sofferto negli ultimi anni dolorose sofferenze fisiche, offerte in sacrificio a Dio, è morta il 9 aprile 1932.
Dal 1935 è sepolta a Napoli nella basilica francescana di San Pietro ad Aram per decisione del cardinale Ascalesi. La sua traslazione avvenne con una grande partecipazione popolare.
La basilica di San Pietro ad Aram è una chiesa di Napoli

L'edificio religioso è molto noto perché, secondo la tradizione, è stato costruito dove si trovava l'Ara Petri, ovvero l'altare su cui pregò san Pietro durante la sua venuta a Napoli.
La basilica è nel centro storico della città, vicino la stazione Centrale, a pochi passi da piazza Garibaldi. Fino all'Ottocento, era affiancata da un chiostro monumentale.
Secondo la leggenda la chiesa è sorta sul luogo dove san Pietro aveva battezzato santa Candida e sant'Aspreno, i primi napoletani convertiti, come narra anche l'affresco nel vestibolo (recentemente attribuito a Girolamo da Salerno).
L' antico affresco sopra l'altare costruito quando san Pietro sbarcò a Napoli per proseguire verso Roma.
Testimonianza di Maria Rosaria Lucandri.
Maria Rosaria Lucandri era figlia di Attilio, primogenito di
Aldo e Margherita Lucandri. Margherita
era stata allevata da Sr Mariangela Crocefissa, sorella di suo padre, con cui
era rimasta fino all’età di 17 anni, quando si era sposata con Aldo Lucandri.
Sappiamo che zia e nipote erano molto
legate, ma nei primi anni di matrimonio non si frequentarono quanto l’affetto che
legava zia e nipote avrebbe richiesto perché
Aldo, ferroviere, non voleva che
la moglie uscisse di casa.
Maria Rosaria sentiva suo padre Attilio parlare di Sr. Mariangela e di quanta devozione riscontrava
fra la popolazione napoletana, ma meno
sua nonna che, quando raramente la vedeva, si dedicava a insegnarle
a preparare le fettuccine o a cuocere i carciofi alla napoletana.
Maria Rosaria e tutta la famiglia di Attilio abitavano a Roma e
con la nonna Margherita a Napoli non si
vedevano spesso perché Margherita non aveva mai approvato il matrimonio di suo
figlio Attilio con Nina, forse perché era un po’ più grande di lui, più probabilmente perché gelosa dei figli.
Sappiamo che la zia Sr. Mariangela, al tempo in cui Attilio era fidanzato con
Nina, rimproverava la nipote Margherita che non riusciva ad accettarla e le
diceva che, comunque lei la pensasse, i due fidanzati si sarebbero sposati. Fu
quello che avvenne ed ebbero tre figlie, Margherita, Nina e Maria Rosaria. Nina
morì prima di tutti, poi i genitori, e infine Margherita.
Maria Rosaria ha solo i ricordi sfumati di suo padre della
zia Sr. Mariangela e conserva gelosamente la biografia scritta da Giuseppe Scialdone.
Sicuramente però ha chiara la storia della famiglia, in particolare dei
fratelli di suo padre, Mario e Renato. Il primo
rimase con la mamma Margherita fino alla fine e le sopravvisse di poco.
Non si era sposato probabilmente per non dispiacere a sua mamma. La sua eterna
fidanzata abitava anche lei a Vico Pazzariello n°3, e, per scherzo o amore
della fortuna, fu lei a badare a Margherita nella sua estrema decrepitezza fino
alla fine dei suoi giorni. L’altro, il più piccolo, Renato abitava e lavorava
ad Avellino ed ebbe tre figli dei quali Aldo e Margherita viventi, mentre il più piccolo, disabile, è morto nonostante le cure del fratello Aldo
che se ne è preso cura e adesso lo piange come fosse stato un figlio.
Da Aldo e Margherita sappiamo che il padre Renato, nato nel
20, aveva conosciuto da piccolo Sr. Mariangela quando sua mamma Margherita lo
portava con sé. Margherita, ormai madre
di famiglia, andava spesso ad aiutare sua zia Sr. Mariangela nelle faccende
domestiche, tra Suor Mariangela e lei c’era un intenso rapporto di affetto, come
tra madre e figlia, perché la cara suora l’aveva avuta con sé, cresciuta e
accudita sin da piccola fino all’età di 17 anni.
Sr. Mariangela teneva a bada Renato che era un bambino
vivace che gli diceva “Buono piccerè non toccà niente” perché temeva per il
suo altarino, i suoi oggetti sacri ed
era oramai anziana, lontana dai tempi in cui si portava a casa i ragazzini
sporchi e affamati del porto.
Maria Rosaria
Lucandri ci ha lasciati il 18 febbraio 2026.
Riposi in pace. Condoglianze al marito e ai figli.
Via Angelo Emo 131, Roma
Sr. Mariangela
Crocifisso riunisce attorno a sé e alla sua memoria i discendenti della famiglia.
Testimonianza - racconto di Patrizia
Bonelli
La figlia del
fratello di Sr. Mariangela, Margherita, aveva sposato Aldo Lucandri, fratello
di mio nonno Ettore. Ritrovare alla Messa in suffragio di Sr. Mariangela cugini lontani come Aldo e Margherita,
lontanissimi come Maria Rosaria Minopoli è stata una grande emozione.
Sr. Mariangela ha, dopo quasi un secolo,
chiamato attorno al suo ricordo la sua famiglia, pur come suora senza
discendenza diretta.
Margherita era cresciuta in casa di Sr. Mariangela, la sua famiglia numerosa l’aveva affidata alla suora perchè unica femmina fra molti maschi. Margherita era rimasta con lei fino a 17 anni quando era andata sposa ad Aldo Lucandri ed erano andati ad abitare a vico Pazzariello dove l’avevo conosciuta. Avevano avuto tre figli, Attlilio, Mario e Renato.
Quando con mamma e
papà passavamo da Napoli non mancavamo mai di andare a trovare zio Aldo e zia
Margherita. Da bambina ero stata attratta dal pozzo che era in corridoio, pur
essendo l’appartamento al 3° piano.
Da adulta avrei fatto uno studio sugli
antichi acquedotti napoletani, tra cui il Bolla, pubblicato su Water Immaterial Museum, Hydriaproject. info.
Nonno Ettore Lucandri con la famiglia
L’appartamento era molto particolare,
intrigante direi, a forma di ferro di cavallo. Un susseguirsi di quattro
locali, uno dentro l’altro a cominciare dalla cucina, il primo, unito all’
l’ultimo da un corridoietto dove si trovava la ghiera del pozzo. Il pozzo
ovviamente non funzionava, dal 1875
quando l’ingegnere Melisurgo aveva imposto la chiusura dell’acquedotto
Bolla perché Napoli era infestata da
colera endemico.
Quando mi iscrissi all’Istituto Orientale di Napoli, la cui
sede principale è palazzo Giusso, proprio accanto a vicolo Pazzariello, fu d’obbligo andare a trovare zia Margherita e
zio Aldo. La zia insisteva che io andassi da lei ogni sera per cena e me la
preparava con cura , sempre più o meno la stessa, pasta al sugo e un po’ di
carne e forse insalata. Mi confortava quando dovevo sostenere un esame
raccomandandomi ai santi cui era devota. Io mi sentivo rassicurata dalle sue
attenzioni. Accadde in quei mesi, tra l’inverno e la primavera del 1966 che zio
Aldo si aggravò e morì. Le esequie si tennero nella cappella monumentale di San
Giovanni dei Pappacoda. Molto devota,
come ero allora, seguii la Messa che era ancora in latino.
Ricordo zio Aldo durante i suoi ultimi giorni, in
confusione, che chiamava sua mamma, era molto avanti con gli anni. Zia Margherita e suo figlio Mario lo sostenevano e lo curavano in tutti i modi. Poi una mattina andai a trovarlo
ed era disteso sul letto, vestito di tutto punto e con un fazzoletto intorno
alla viso che gli teneva chiusa la bocca. Non era più di questo mondo.
L'Istituto Orientale di Napoli
Andai a trovare zia Margherita ancora per un po’ di tempo,
non saprei dire quanto. Io avevo impegni di studio e incominciavo a
sperimentare rapporti sociali più intensi e ravvicinati. Zia Margherita, molto anziana, era sempre meno autonoma e badata da una
signora del piano di sopra amica di zio Mario, il secondo dei suoi figli che
aveva sempre vissuto con i genitori. In seguito se ne andò anche lei ma io non
lo seppi e non andai alle esequie.
Non conservo ricordi chiari dei racconti di zia Margherita
su Sr. Mariangela e mi dispiace molto. Ho saputo in seguito e ricostruito
quanto segue. Sr. Mariangela aveva tenuto con sé, insieme ad altre bambine,
Margherita fino a che questa, compiuti 17 anni si sposò. Zio Aldo Lucandri era ferroviere come suo fratello
Ettore, mio nonno, funzionario al ministero dei trasporti a Roma. Aldo invece
faceva parte del personale viaggiante e, terribilmente geloso, come d’altra
parte anche suo fratello Ettore, quando partiva chiudeva chiave sua moglie con
i figli.
I fratelli di
Margherita che la volevano vedere ogni tanto si arrabbiavano moltissimo con il
cognato e sembra che più di una volta, per poter stare un poco con la sorella e
i nipoti, abbiano forzato la serratura della porta di casa.
Poi non so bene cosa accadde e se qualcosa cambiò con il
crescere del numero dei figli. Attilio, il più grande, da piccolo, sicuramente
reagiva per essere chiuso dentro, rimanendo per ore seduto sul balcone con le
gambette penzoloni fuori dalla ringhiera. Zio Attilio doveva diventare il
cugino più assiduo di mia mamma anche perché, maresciallo di finanza, viveva a
Roma. Ricordo che ci veniva a trovare a
via Cagliari e ci portava in dono un
caschetto di banane che comprava all’angolo con via Alessandria in un negozio
di frutta esotica come lo erano le banane che negli anni ’50 non si trovavano
facilmente al mercato.
E’ difficile per il nostro immaginario capire le modalità
autoritarie dell’inizio del ‘900. Zia Margherita era stata allevata da Sr. Mariangela con amore,
preghiera e rigore, come le altre ragazze che abitavano con lei e come i bambini
del mercato che la cara suora raccoglieva nella sua casa di giorno per insegnare loro il catechismo. Probabilmente si trattava di
ragazzini sporchi e affamati, quindi
bisognava lavarli, vestirli e farli mangiare. Poi gli si doveva insegnare a
parlare, leggere e scrivere in italiano perché fossero in grado di capire e
imparare il catechismo. E’ molto probabile, anche se non specificato nella
biografia di Sr. Mariangela di Giuseppe Scialdone, che le ragazze, particolarmente le più
grandi, aiutassero in tutte queste
faccende domestiche, a prendersi cura dei bambini più piccoli, e non era
concepibile che si distraessero durante le preghiere. La vita accanto a Sr.
Mariangela, era angelica e, proprio per questo, severa, di preghiera e di
lavoro. Quel poco che c’era in casa, grazie soprattutto alla carità, non era
sicuramente ricco e abbondante. Penso che sua nipote, mia zia Margherita fu lieta di sposarsi ma molte altre
ragazze rimanevano con Sr. Mariangela.
Accanto al lavoro che
svolgeva all’ospedale degli Incurabili, Sr. Mariangela svolgeva compiti che
potremmo definire di maestra di strada. Tutto a sua esclusiva responsabilità e
grazie alle offerte e alla carità che riceveva. Proprio perché circondata da
ragazze e ragazzi, aveva avuto difficoltà a trovare una famiglia felice di
ospitarla e in fine aveva optato per una casa propria, seppure modesta.
Napoli, l'Ospedale degli Incurabili
Lungi dall’ iconografica immagine di suora di casa,
impegnata nella cura della famiglia ospitante, Sr. Mariangela aveva le sue
attività caritatevoli che portava avanti con determinazione insieme alla
preghiera che tanto l’ha contraddistinta
e che le ha concesso numerose grazie
e prodigi.
Nei consigli poi che Sr. Mariangela dava alla nipote
Margherita si ravvisa un carattere determinato e autorevole. D’altra parte non
si può immaginare diversamente visto che è stata a capo delle terziarie
Francescane della Campania per più di 20 anni. Perciò, sempre severa sebbene
affettuosa con Margherita che sicuramente era nipote assai cara, le diceva che era inutile che si opponesse al fidanzamento del figlio
Attilio e Nina, perché si sarebbero
comunque sposati non appena l’arma cui Attilio si era arruolato, la finanza, lo
avesse concesso. A Margherita difficilmente, se non mai, piacevano le ragazze frequentate dai propri figli, era
probabilmente gelosa perché anche Mario
aveva trovato una forte opposizione quando si sarebbe voluto sposare e infine
era rimasto con i genitori.
Durante i miei anni di università morirono zia Margherita e
anche zio Mario. Io divenni sempre meno osservante e devota e la mia vita pur abbastanza
corretta, lontana dalla chiesa. Mi sposai solo civilmente e non feci battezzare
mio figlio malgrado mia mamma e mia suocera insistessero perché lo facessi, ma
mai tralasciai di pregare e far dire messe ai miei poveri cari defunti.
Dopo decenni di vita familiare affettuosa ed impegnata
nel lavoro e nelle responsabilità
ricominciai a pregare per mio figlio, i suoi esami, la repressione cui andava
incontro con le occupazioni e la lotta
per la casa delle centinaia di senza tetto di Roma. Conduceva una vita
avventurosa anche come naturalista, i suoi viaggi e i suoi soggiorni sulle
isole per studiare la migrazione degli uccelli rapaci erano sempre
problematici, o rimaneva senza soldi in un’epoca in cui non c’erano le carte
prepagate, o perdeva la coincidenza tra il traghetto e l’aereo o il treno che
lo doveva riportare a Roma. Per me, sua mamma, essere preoccupata era normale e
ricominciai a pregare. Poi mia sorella Antonella si ammalò gravemente e la
preghiera divenne abitudine quotidiana intensa, quasi continua. Me ne presi
cura, trascurando anche mio figlio, quando rimase gravemente invalida.
Pregare calmava l’ansia e il dolore e così andai a confessarmi e, dopo decenni, decisi di riavvicinarmi alla chiesa. Mi resi
conto allora che non essendo sposata in
chiesa non potevo essere perdonata. In un soggiorno a Napoli, su indicazione di
mia cugina Maria Rosaria Lucandri andai a visitare la tomba di Sr. Mariangela
Crocifisso nella basilica di San Pietro ad Aram vicino al Rettifilo. Ne fui
colpita anche perché era proprio nel periodo in cui stavo cercando di
riavvicinarmi alla chiesa. Una zia in odore di beatitudine non mi sembrava
possibile, Maria Rosaria mi prestò la sua biografia di Scialdone e seppi quanta devozione avevano per lei i
napoletani. Dei Carismi che aveva avuto in dono e delle grazie e dei prodigi
che aveva fatto, della numerosissima partecipazione di popolo al corteo di traslazione delle sue
spoglie mortali dal cimitero alla basilica di san Pietro ad Aram, di come la
sua bocca fosse incontaminate e sulla lingua visibile il segno dell’Ostia
Consacrata.
Allora, quando la devozione dei napoletani per lei era
ancora viva, perchè vivo era il ricordo dei prodigi e delle grazie che aveva
fatto a chi le chiedeva aiuto e la chiamava in soccorso, era chiaro quanto la
sua presenza fosse importante e reputata degna di essere venerata.
Suore francescane
Allo stesso
modo era stata inequivocabile, quando
era stata traslata, la presenza di tanta popolazione napoletana che aveva
seguito il suo feretro e la cerimonia con un corteo di migliaia di persone.
Poi c’era stata la guerra, erano passati i decenni in cui Napoli era
cambiata, proprio il
porto e la piazza del Mercato avevano mutato la loro vocazione di continuità, l’economia e i
commerci che vi si svolgevano erano divenuti inessenziali come la stessa
manifattura dei guanti che la famiglia di Sr. Mariangela esercitava. Infine si
sono succedute sono molte generazioni, almeno quattro, e il ricordo di Sr.
Mariangela Crocifisso sfumato e, in molti casi, perduto.
Anche se oggi siamo un gruppo abbastanza numeroso di persone legate alla sua
famiglia, alla sua devozione e ai gruppoi di preghiera, ma siamo certamente molto meno numerosi rispetto ai devoti di
quando Sr. Mariangela era in vita e, subito dopo la sua morte, prima che si
affievolisse la memoria dei suoi interventi miracolosi.
Dopo che ebbi visitato la tomba di Sr. Mariangela, chiesi al
parroco della mia parrocchia, Don Alberto, che celebrasse secondo il rito cattolico in chiesa il matrimonio con mio marito. E lo fece, anche
se con molta cautela, il 28 maggio del 2016 nel giorno della festa del Corpus
Domini. Una grande gioia per la festa e non solo, mio figlio Michele era molto
incuriosito da questo evento e felicissimo per la festa familiare. Il mio
tardivo riavvicinamento alla chiesa fu molto intenso e subito fui coinvolta nell’organizzazione
della mensa dei poveri che preparava e serviva circa 100 pasti ogni domenica
nei locali della parrocchia di Santa Maria Madre della Divina Provvidenza. Mio
figlio Michele era interessato ed attratto da questa attività, non era lui pure
impegnato in attività benefiche per dare un ricovero a chi non aveva casa? Ma i
suoi impegni lo facevano muovere su piani completamente diversi, primo fra
tutto quello di ornitologo, naturalista.
Dottore di ricerca in Ecologia, il suo obiettivo più importante era quello di rendere omogenee le procedure di osservazione e conteggio degli uccelli rapaci in migrazione nel Mediterraneo nei diversi punti di attraversamento dall’Africa all’Europa e viceversa, con particolare attenzione allo stretto di Messina. Per più di 20 anni non aveva saltato una sola stagione migratoria sia in primavera che in autunno. Organizzava i campi di osservazione e di conteggio in Aspromonte come dei veri e propri campus di discussione, di studio e ricerca e seguivano sempre nuove pubblicazioni sui comportamenti delle diverse specie per sesso ed età, l’influenza delle condizioni atmosferiche, il vento e i cambiamenti climatici. Allo stesso tempo visitava spesso e manteneva i contatti con gli altri luoghi di attraversamento, Tarifa allo stretto di Gibilterra, Batumi in Georgia, Anticitera in Grecia, e anche Eilat in Israele, il Bosforo e i Dardanelli ed altri.
Insomma mio figlio conduceva una vita appassionante di
naturalista quando nel 2018 gli si manifestò in modo avanzato un tumore grave che difficilmente gli avrebbe dato
scampo. Allora io, sua madre gli chiesi di farsi battezzare anche perché
sarebbe stato mio dovere farlo quando era piccolo. Fu d’accordo, non riuscivo a
trovare la diocesi dove avrebbe ricevuto i sacramenti quando, ad una Messa
vespertina a Santa Maria In Trastevere, vidi che c’erano i catecumeni che si
preparavano a ricevere il battesimo. La Comunità di Sant’Egidio promuove
l’ingresso di stranieri attraverso corridoi umanitari, molti di questi migranti
poi si convertono, c’era anche qualche Rom e Sinti. Michele iniziò così il
percorso per ricevere il battesimo. Siccome la sua malattia progrediva, Don Francesco, il viceparroco, suo catechista,
gli disse che potevano, nel suo caso, abbreviare i tempi ed essere battezzato
il giorno del Battesimo di Cristo che cadeva a gennaio 2019. Michele non
accettò, volle continuare il suo percorso con gli altri e finalmente ricevette
tutti i Sacramenti alla veglia di
Pasqua, il 21 aprile 2019. Michele passava attraverso un calvario di dolore e
di cure, sicuramente rafforzato dal suo percorso di fede. Non si lamentò mai e
se ne andò dopo aver ricevuto l’Olio Santo il 18 giugno del 2018.
Al suo funerale Don Francesco citò le parole della sorella di Lazzaro “ Se tu
fossi stato qui, Signore, non sarebbe successo” Il Signore, per Michele c’è
stato e lo ha benedetto ed io, sua Madre, benedico quel giorno che sono passata
a trovare la tomba di Sr. Mariangela Crocifisso nella Basilica di san Pietro ad
Aram. Senza di lei no avrei trovato la forza per una riconversione mia e di
tutta la mia famiglia, in particolare di mio figlio Michele.
Adesso so dove immaginarlo, dove spero di raggiungerlo un giorno.
Le terziarie francescane, ho scoperto dalla storia dell’amata
zia, non avevano preso tutti i voti in
convento perché la loro famiglia non era in grado di pagare all’ordine la dote,
così Sr. Mariangela che preferì che la dote fosse data perché sua sorella
entrasse in convento. Inoltre le terziarie
francescane erano descritte nella
vulgata popolare come parte della famiglia in cui vivevano, ma Sr. Mariangela contraddice questo stereotipo.
La fine ‘800 era inoltre un periodo
fecondo di donne che sceglievano il chiostro e il velo certamente per poter
pregare, ma anche per trovare uno spazio che consentisse di realizzare la loro opera, fosse essa pedagogica di studio o
di carità. Era difficile infatti per le donne sposate trovare uno spazio
proprio fisico e intellettuale, occupate, come erano, dai figli e dagli impegni
coniugali e familiari. Penso a Santa Caterina Volpicelli, a Suor Orsola
Benincasa, la prima ha fondato un ordine
di insegnanti, la seconda addirittura una università. Sono legata ad entrambe. Ho
frequentato la seconda media all’istituto Caterina Volpicelli di Porta Pia. Una
splendida villa Liberty che ospitava a quel tempo tutte le classi della scuola
media e del liceo classico. La venerabile Caterina Volpicelli non era ancora stata proclamata santa. Le
suore erano ottime ed affettuose educatrici, portavano il capo scoperto con i
capelli legati dietro la nuca e si facevano chiamare signorine. Tuttavia molte
professoresse erano laiche ma la preside, forse anche madre superiora, insegnava al liceo e la
ricordo ancora mentre leggeva l’ottimo componimento di una studentessa del
liceo. Ero preadolescente e il cambiamento favoriva una maggiore attenzione
sociale verso i comportamenti delle mie coetanee e anche delle ragazze più
grandi. Imparai a comportarmi da signorina, a vestirmi semplicemente ma con
gusto, a reprimere gli eccessi. Durante gli esercizi spirituali nella cappella,
quando sarebbe stato necessario un atteggiamento serio e penitente, scoppiammo
a ridere con Isabella, che imitavo in modo gregario, forse prevalse il nostro
carattere allegro. Fummo richiamate e capimmo quanto fosse importante dimostrare un maggior
autocontrollo.
Un chiostro del convento di suor Orsola Benincasa
Di Suor Orsola Benincasa, anzi dell’università che porta il
suo nome, ho ben altro ricordo. Durante gli anni della contestazione
studentesca (1968/70) andammo dall’ Istituto di lingue Orientali, che
frequentavo, alla sede dell’università di Suor Orsola Benincasa a Corso
Vittorio Emanuele, dove erano ammesse solo studentesse, per forzare l’ingresso
dei ragazzi a quel tempo vietato. Riuscì
ad entrare qualche “maschio” ma non fu niente di particolarmente
rivoluzionario, e, soprattutto, niente di eroico. Molto più tardi, quando ormai
l’università di suor Orsola Benincasa era aperta a tutti e tutte, avrei capito
come la promiscuità non sempre è favorisce le donne.
Certo le suore qui descritte disponevano di ben altri mezzi
rispetto a Sr. Mariangela Crocifisso, che non ha però subito il limite della
mancanza di mezzi per portare avanti la sua opera e si è presa cura dei bambini del rione mercato, ha insegnato
loro il catechismo e a parlare, leggere e scrivere in Italiano.
Consapevoli delle grazie e dei prodigi compiuti nel corso
della sua vita, desidero sottolineare l’importanza di questa cura per i bambini svantaggiati fra
le sue opere di misericordia.











